Se il ridicolo avesse un peso specifico la sinistra camminerebbe a fatica. Per mesi abbiamo assistito a uno spettacolo teatrale impeccabile nelle sue forme ma del tutto surreale nei contenuti: l’attentato al conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, è stato trasformato istantaneamente nel romanzo di formazione del perfetto “regime neofascista”. Non contavano le indagini, non importavano le carte dei gip, men che meno la realtà dei fatti. Il copione era già scritto a tavolino due secondi dopo l’esplosione dell’autobomba sotto casa del giornalista. Il colpevole automatico? Il Governo Meloni, logico. Le versioni più ardite tendevano a ritrarlo come un esecutivo stile autocrazia subsahariana che uccide a sangue freddo chiunque ne parli male. Quelle più sofisticate si concentravano invece sull’impalpabile ma utilissimo «mandato morale» di Palazzo Chigi.
Poi, però, la realtà, che ha questa fastidiosa abitudine di rovinare le narrazioni meglio riuscite, è entrata in scena. La confessione di Valter Lavitola e il lavoro certosino degli inquirenti hanno sbrogliato la matassa, mandando in frantumi il castello di carte delle illazioni. E così, l'inchiesta giudiziaria ha spazzato via in un colpo solo mesi di indignazione a comando, lasciando sul campo soltanto una colossale, memorabile figuraccia collettiva. Ora che la nebbia del pregiudizio s’è dissolta, resta una domanda: chi avrà il coraggio di chiedere scusa? Rileggere oggi l’elenco delle dichiarazioni fa sorridere, se non fosse per la gravità con cui si è tentato di inquinare il dibattito pubblico.
A guidare la processione dei penitenziari dell’antifascismo da salotto fu Elly Schlein. La segretaria del Pd non resistette alla tentazione di correre al convegno del Partito Socialista Europeo per gettare fango sulle istituzioni del proprio Paese davanti ai delegati di tutto il Continente: «La libertà di espressione è a rischio quando l’estrema destra è al governo». Un sillogismo da dilettanti della propaganda, svenduto all’estero pur di racimolare qualche applauso d’area. Poco più in là, i grillini vinsero la gara a chi la sparava più grossa. Il deputato M5S Dario Carotenuto si incoronò giudice supremo decretando l’esecutivo come «mandante morale» dell’attentato.
Non potevano mancare poi i campioni del moralismo d’opposizione. Angelo Bonelli pretese scuse di chi avesse osato criticare le inchieste di Report, arrivando ad accusare la destra di essere «complice di un clima d'odio», mentre Nicola Fratoianni piangeva sul «brutto clima per chi non si inchina». Non si inchina a chi? A Fratelli d’Italia? La grande pattuglia degli intellettuali d’ordinanza non restò a guardare. Andrea Scanzi sbraitava contro le «lacrime finte» di Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, distribuendo patenti di ipocrisia come se la colpa dell’attentato fosse la loro. Tomaso Montanari, parlando della solidarietà del governo la paragonò a un «assassino che torna sul luogo del delitto della libertà di stampa». Roberto Saviano, nei suoi video social da centinaia di migliaia di views, pontificava cupo sulla «morte della democrazia», regalando perle di dietrologia tragica sintetizzate alla perfezione dal commento di Matteo Salvini che ieri ha riproposto le sue teorie (tra cui quella dove sosteneva che per scovare i responsabili bisognasse aspettare 10 anni) commentando: post invecchiati male.
Ieri per la prima volta dalla confessione di Lavitola, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari ha preso parola sul tiro al piccione scatenato contro il governo e lui in prima persona dopo che proprio Ranucci, audito in ComTocca pure a Selvaggia Lucarelli inchiodare Sigfrido Ranucci. Nel suo ultimo articolo dal titolo “L’opacità dietro il mito Ranucci” pubblicato sul suo blog “Vale Tutto”, Selvaggia ha smascherato un’auto-recensione a cinque stelle del conduttore di Report al proprio libro “La scelta”. Era il 19 febbraio 2024 quando un utente di nome Emilio cresci commentava così su Amazon: «Appassionante, missione Antimafia il 4 novembre 2025, a una domanda del senatore grillino Roberto Scarpinato su un presunto pedinamento, tirò in ballo Fazzolari chiedendo la secretazione di parte della deposizione e generando un duro scontro politico: «Un servizio di Report fece intendere che ci fosse un collegamento tra l’attentato e il deputato di FdI Gimmi Cangiano - ricorda Fazzolari all’Adnkronos -. Da quanto ho letto sui giornali, quando è stato sentito dalla Procura di Roma Ranucci avrebbe fatto anche il nome della presidente della Commissione Antimafia, Chiara Colosimo. Dopodiché, non ancora soddisfatto, dopo l’arresto di Lavitola ha provato a tirare in ballo il deputato Francesco Filini, colpevole di avergli chiesto in Commissione Vigilanza Rai se stesse pensando di entrare in politica. Insomma, un tentativo continuo e scientifico di accostare FdI all’attentato».
Anche il Sottosegretario si aspetta che Ranucci, Schlein e compagnia chiedano scusa. Difficile. Ma Fazzolari ricorda comunque un fatto ormai acclarato a prescindere da come finiranno i processi: «Report ha perso di credibilità rispetto all’epoca Gabanelli». Esattamente ciò che preoccupa i piani alti della Rai, con un malcontento che monta per via del danno reputazionale causato dalla vicenda. Da viale Mazzini fanno sapere di non nascondere insofferenza e preoccupazione per possibili ricadute anche sotto il profilo della raccolta pubblicitaria.