Sigfrido Ranucci non è più il conduttore di Report. Ma la sua redazione lo difende a spada tratta, minacciando addirittura dimissioni di massa. Tra questi c'è anche Giulia Innocenzi, tra le più accaniti sostenitrici del giornalista autoproclamatosi martire della morte della libertà di stampa in Italia. Carlo Fidanza, però, ha ricordato a tutti un dettaglio un po' banale, ma non trascurabile: quella che si professa come "giornalista", in realtà giornalista non è.
"Fermi tutti, perché questa è grossa - ha spiegato Carlo Fidanza -. La solerte Giulia Innocenzi, uno dei volti di punta delle inchiestone di Report... quella che da anni sale in cattedra, accusa, giudica e punta il dito contro i nostri allevatori, i nostri agricoltori ha appena ammesso di non essere iscritta all'Ordine dei giornalisti. Avete capito bene. Eppure viene presentata come giornalista in 'Food for Profit', il suo documentario, sia sul sito della Rai sia in quello della squadra di Report. Quando le sono state chieste spiegazioni, Sigfrido Ranucci ha addirittura rivendicato la scelta con la consueta arroganza sostenendo che per Report contino più qualità e indipendenza rispetto all'iscrizione all'Ordine dei giornalisti e al rispetto delle regole. Già, perché in Italia - piaccia o no - ci sono delle regole".
"Il caso Innocenzi, notizia data dal Secolo d'Italia e poi rimasta al centro del dibattito, non è una polemica di bottega, è un tema di sistema. Gli Ordini professionali non sono un club, un privilegio, non sono una barriera: sono enti pubblici non economici, presidio di legalità, di competenza, etica e di deontologia, posti a tutela non della categoria ma dei cittadini. Una tutela concreta, che si fonda sul rapporto fiduciario tra professionista e cittadino: un rapporto che può reggersi solo perché dietro c'è una certificazione, un percorso verificato, una responsabilità che risponde a regole precise. Chi si iscrive ad un Ordine lo fa attraverso un percorso definito dalla legge: formazione, praticantato, esame di Stato. Non è un rito di appartenenza, è una garanzia di responsabilità verso chi si affida a quella professione. Un conto è la libertà di manifestazione del pensiero, tutelata dall'art. 21 della Costituzione; un altro è l'esercizio di un'attività riservata e regolamentata, di chi è iscritto all'Albo o a quello dei pubblicisti. A maggior ragione se si fa prestazione per il servizio pubblico si ha il dovere di non confondere questi due piani. Non sfugge, del resto, un paradosso che meriterebbe altrettanta attenzione: chi in passato avrebbe definito l'Ordine dei Giornalisti un istituto liberticida, corporativo, ormai desueto, da abolire, oggi gioverebbe proprio di quell'ambiguità che la sua assenza dall'Albo produce, senza sottoporsi ad alcuna regola e quello stesso esame di Stato — denigrato da chi, a quanto pare, non lo avrebbe neanche mai superato — resta il presidio attraverso cui migliaia di giornalisti accedono ogni anno alla professione con merito e responsabilità. Non si può chiedere la fiducia che l'appartenenza a un Ordine garantisce, e al tempo stesso negarne la ragion d'essere. Su questo ci aspettiamo che anche l'Ordine dei Giornalisti dica parole nette e chiare". Così Marta Schifone, deputato di Fratelli d'Italia e responsabile nazionale Professioni del partito.