colloquio

Valditara: "Basta ideologie a scuola, con me moltissimi prof"

Pietro Senaldi

«Emergenza riassunti e temi. Bisogna tornare a farli fare. La capacità di riuscire a comunicare in modo chiaro è fondamentale e non solo a scuola». Il ministro Giuseppe Valditara da sempre sostiene che «la scuola è arricchimento culturale e al tempo stesso crescita personale, deve consentire ai giovani di realizzarsi come cittadini e individui, e di affermare un proprio progetto di vita anche nel campo professionale». Il titolare dell’Istruzione ha preso un impegno con se stesso: silenzio e pedalare. Interviste solo su riforme fatte, per non prestare il fianco agli attacchi strumentali da parte di un’opposizione che deforma ogni parola e rosica per il fatto che sulla poltrona più importante di viale Trastevere sia seduto un esponente del centrodestra, quasi che sentisse violato un proprio feudo.

Il mantra del ministro è poche chiacchiere e «riforme, riforme, riforme», tutte inserite in una visione che è diversa da quella dei suoi illustrissimi predecessori, Benedetto Croce e Giovanni Gentile, che ponevano lo Stato al centro dell’universo scolastico. No, per Valditara la scuola deve mettere al centro la persona, l’istruzione è un servizio, il più importante forse che lo Stato deve fornire, agli studenti e quindi alla nazione, e il suo scopo è dare a ciascuno l’opportunità di realizzare i propri talenti, senza distinzioni sociali. Obiettivo più che ambizioso in un Paese nel quale la scala sociale è ferma da cinquant’anni, guarda caso proprio da dopo il Sessantotto, come il ministro spesso sottolinea. Se davvero la nostra scuola non consente il miglioramento delle condizioni di vita delle future generazioni, è innegabile che il sistema sia allo stallo e che ci sia qualcosa di sbagliato nel modello che la sinistra difende strenuamente.

Ma comunque è sul Merito, quella parola con cui il governo ha deciso di contraddistinguere la propria azione nel campo scolastico, che Valditara punta tutto. Ma cos’è il Merito, per lui? «È uno strumento per realizzare pienamente la persona e la scuola deve aiutare lo studente a individuare le abilità, i talenti, a coltivarli, deve metterlo nelle condizioni di esprimerli». E per dare concretezza alla sua azione il ministro gira come una trottola tra gli istituti scolastici. Non solo licei, ma anche tantissime scuole professionali, «dove capita anche che gli studenti siano contattati dalle aziende prima che finisca il corso di studi». Se può, se ne fa un paio a settimana. Lo ha colpito moltissimo, tanto che ne parla di continuo, l’istituto della Brianza che accetta solo ragazzi bocciati almeno due volte, e riesce a interessarli allo studio e a inserirli nel mondo del lavoro con grande successo. Questo è per lui il caso paradigmatico della scuola del merito.

Nelle scuole di tutta Italia, Valditara ha avuto la prova che è sbagliato fasciarsi la testa, perché lo stato di salute della nostra scuola non è poi così male. Tanto per fare un esempio, sentiamo tessere le lodi della scuola finlandese ma i test Pisa dimostrano che gli studenti di gran parte del Nord Italia hanno competenze matematiche superiori ai loro coetanei di Helsinki. E per gli studenti del Sud pensa ad un grande piano di lotta alla dispersione scolastica: esplicita, quella che consiste nell’abbandono precoce, e implicita, quella che discende dalla inadeguatezza delle competenze acquisite. «Perché tutti gli studenti devono avere le stesse possibilità senza differenze tra regioni».

TEORIA E PRATICA
La parola d’ordine è fuori l’ideologia dalla scuola e dentro tanto pragmatismo. Questo significa che al centro c’è lo studente e che la formazione più orientata al lavoro deve avere la medesima importanza della formazione più teorica; anzi per certi versi diventa parte integrante della formazione generalmente intesa. «Oltre alle nozioni, alla teoria e al metodo, la scuola deve essere in grado di insegnare le cosiddette soft skills, che sono poi le qualità necessarie anche quando gli studi finiscono e ci si presenta sul mercato del lavoro», spiega il ministro. La capacità di lavorare su un progetto, di fare squadra, di collaborare con gli altri, di stabilire un piano di lavoro, di organizzare il proprio tempo, di concentrarsi sugli obiettivi, rientrano tutte nell’ideale di Valditara di scuola come luogo di crescita della persona. Nessuna guerra ai licei, che rappresentano una nostra eccellenza, beninteso, ma l’obiettivo è «rivalutare l’immagine anche delle altre scuole» e di mettere in contatto gli studenti con il mondo del lavoro prima che terminino il ciclo di studi, anche attraverso un’alternanza tra banchi e azienda, dove però le aziende si impegnano a insegnare davvero il mestiere.

Gli imprenditori si lamentano di non riuscire a trovare ragazzi formati. E anche le università lamentano un abbassamento delle competenze di base delle matricole. Decisiva è in questo senso la figura del docente-tutor, presentata dal ministro in settimana, un facilitatore personale che aiuta i ragazzi a trarre il massimo da loro stessi, personalizzando l'insegnamento, aiutandoli a recuperare se rimangono indietro, seguendoli nei loro punti deboli, ma anche consentendo loro di andare a una velocità doppia se ne hanno la capacità, anziché farli annoiare sui banchi. Rientra nel progetto di una scuola il più possibile a misura di ogni singolo studente, che non lasci indietro nessuno. Capace di sostenere e orientare ogni ragazzo, che si tratti poi di proseguire con l’università, gli Its o di iniziare subito a lavorare.

Certo, la sfida non è facile in un mondo incrostato, palcoscenico dello scontro ideologico e bacino elettorale dell’opposizione. Si prenda il caso degli incentivi per chi vive in aree dal costo della vita molto elevato («senza distinzione fra Nord, Centro e Sud», come disse sin dal primo momento Valditara), un’idea per la quale il ministro è stato capziosamente accusato di voler reintrodurre le gabbie salariali ma sulla quale gli hanno dato ragione perfino Cottarelli, Boeri, Ichino e Monti, economisti molto lontani dalla Lega. Bisogna rendere appetibili le cattedre delle grandi città, dove non a caso si rischia di non riuscire a garantire la continuità didattica con grave danno per l’apprendimento degli studenti. E poi, per Valditara bisogna «premiare chi lavora in sedi disagiate, in paesi di montagna o nelle scuole di frontiera», quelle situate in aree a forte criticità sociale.

Si tratta di rendere concorrenziali posti che altrimenti rischiano di restare vuoti e c’è da scommettere che, al momento opportuno, Valditara tornerà sul suo proposito perché la rivalutazione del ruolo dell’insegnante è al centro del suo progetto scolastico, indispensabile perché esso abbia successo. «La mia prima mossa, quando mi sono insediato come ministro dell’Istruzione, è stata sbloccare il contratto della categoria che era scaduto nel 2019», aumentando lo stipendio mensile di 1,2 milioni di dipendenti di cento euro, con in più il pagamento di 2.400 euro in media per gli arretrati. Negli ultimi giorni sono stati sbloccati su richiesta di Valditara altri 300 milioni, che il precedente governo aveva destinato a micro progetti, e che ora porteranno invece a 124 euro l’incremento medio in busta paga. «Sono segnali importanti di attenzione e rispetto per il lavoro che il personale svolge tutti i giorni nelle nostre scuole», ricorda il ministro. Che ha recuperato altri 1,2 miliardi «fra le pieghe del bilancio del Ministero» da destinare alla riqualificazione delle scuole italiane, soldi che vanno ad aggiungersi ai 3,9 miliardi contenuti nel Pnrr. Obiettivo: scuole sicure e belle.

Fondamentale nel progetto di rivoluzione scolastica è il ripristino dell’autorevolezza del professore in cattedra, «che non c’entra niente con un ritorno all’autoritarismo». In questo contesto rientra anche l’annuncio di costituirsi parte civile come ministero contro studenti e genitori che alzano le mani sui professori, «che non vanno lasciati soli e chili minaccia dovrà vedersela con lo Stato». Bisogna ridare dignità alla figura del professore, soprattutto per il bene dei ragazzi. Non è tollerabile che gli studenti giochino con i telefonini in classe, «qualcuno ha fatto finta di non capire la mia circolare che vietava l’uso dei cellulari in classe, mi hanno detto che sono contro la tecnologia», ricorda il ministro, augurandosi che fossero critiche strumentali e non che davvero qualcuno non avesse capito. «La scuola deve insegnare anche la serietà», spiega Valditara.

E forse la serietà rientra pure essa tra le famose soft-skills, quelle caratteristiche che secondo il ministro sono tra le più richieste dalle aziende, che esulano dalle singole discipline ma fanno la differenza per un futuro di successo. Imperativo categorico per la riuscita del piano è il profilo basso, zigzagare tra gli ostacoli politici e sfuggire allo scontro ideologico, che è l’arma con la quale l’opposizione tenta di far naufragare un progetto che, deideologizzando la scuola, rischia di tornare a farla funzionare. «Le devo dire», riflette il ministro «che io giro molto le scuole e mi rendo conto che un certo clima antigovernativo esiste su alcuni giornali, appartiene al cosiddetto main-stream, trova riscontro in qualche professore da sempre fortemente politicizzato, ma non si percepisce negli istituti, dove io incontro docenti, dirigenti e Ata motivati a fare bene, pieni di passione e di entusiasmo, e attenti soprattutto alle esigenze degli studenti».