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Mario Sechi: oro, fucili e petrolio, cosa prepara la guerra

di Mario Sechi sabato 28 ottobre 2023

4' di lettura

A che punto è la guerra? Quella in Ucraina è finita in un limbo, l’altra che si è aperta in Medio Oriente è in piena accelerazione: Israele ha bombardato Gaza con più aerei e più sortite, elettricità e Internet sono stati interrotti, i carri armati hanno attraversato il terreno palestinese con almeno tre incursioni, mentre Hamas ha continuato a lanciare missili e tentare operazioni di infiltrazione, l’Iran minaccia una risposta, gli Hezbollah del Libano fanno operazioni di disturbo, gli Stati Uniti mostrano le armi a chiunque abbia una mezza idea di allargare il conflitto. Sono trascorse tre settimane dall’attacco di Hamas del 7 ottobre scorso, l’Economist scrive che c’è una divergenza di idee tra il governo e i generali, intanto 360 mila riservisti sono stati mobilitati e decine di migliaia di soldati al confine attendono gli ordini, il premier Netanyahu e i generali hanno ribadito che l’invasione è ineludibile, scopriremo dai briefing militari in che modo verrà condotta.

Intanto le piazze dell’Occidente sono piene di equidistanti, brigate né né, anti-sionisti e anti-semiti. Joe Biden per aver appoggiato Israele è colato a picco nei sondaggi, ha perso 11 punti tra gli elettori democratici dove abbondano gli anti-sionisti e i filo-palestinesi. Quadro che come sempre in Italia oscilla fra il tragico e il comico: abbiamo visto ieri la plastica rappresentazione dell’ipocrisia pacifista in una piazza romana semi-vuota: l’arcobalenista a caccia di like, Giuseppe Conte, che sfila mentre il Movimento Cinque Stelle fa trapelare lo “stupore” per l’assenza del Partito democratico; gli alleati dem si ritrovano nella posizione del voglio e non voglio, dunque Elly Schlein non si presenta per non diventare complice e bersaglio di una piazza ambigua, ma fa sapere che il Pd c’è. Giochi di prestigio, il campo largo è un campo magico di comparse e scomparsi.

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C’è chi è in buona fede e crede nei pifferai magici della pace con le belve di Hamas, chi sta con i tagliagole, tutti stanno di fatto favorendo Hamas: ai terroristi serve tempo, per ora lo stanno ottenendo. Questa guerra non è come le altre “guerre di Gaza”, è destinata ad aprire (e chiudere) un’altra pagina nella storia mediorientale. L’attenzione è tutta sul campo di battaglia, ma intorno lo scenario sta cambiando con una rapidità impressionante. Durante la guerra, c’è chi si prepara al dopoguerra.

Cosa bisogna seguire sul radar? Ricordo il passaggio di un libro di Michael Lewis, Boomerang: l’autore va a chiedere lumi sulla grande crisi del 2008 a Kyle Bass, il fondatore di un hedge fund del Texas, uno tra i pochissimi che aveva colto in anticipo il crollo di Wall Street con la crisi dei mutui sulla casa. Lewis fa la domanda a bruciapelo sul futuro: «Cosa consigli di comprare a tua mamma?». Bass risponde al volo: «Oro e fucili».

Oro e fucili, certo. Ma c’è un terzo elemento che disegna la mappa del futuro: il petrolio. Chi ne aveva ipotizzato la fine, dovrà mettersi seduto e aspettare con pazienza. Il consumo del barile è a livelli record (il carbone è al massimo di sempre), il prezzo è alto e le prospettive ottime. Secondo l’Agenzia internazionale per l’Energia ci saranno altri vent’anni di forte domanda del greggio, la guerra in Medio Oriente per ora non si è trasformata nella crisi petrolifera dello Yom Kippur (“le domeniche a piedi” del 1973), ma chi non ha materie prime energetiche deve trovarle, deve frazionare il rischio, mettersi al riparo dallo shock geopolitico.

Chiuso il rubinetto della Russia, restano Africa e Medio Oriente, l’America e il Sudamerica, un po’ di mare del Nord e Norvegia. Basta guardare la mappa per capire che gli oleodotti disponibili sono pochi e il resto del commercio mondiale corre via nave, petroliere e gasiere che fanno il giro del mondo. Che fare? Guardare cosa sta accadendo sul mercato, alcuni segnali parlano da soli. Nel giro di pochi giorni due operazioni nel settore petrolifero hanno illuminato un nuovo scenario: Exxon Mobil ha acquistato Pioneer Natural Resources per 64 miliardi di dollari, Chevron ha comprato Hess Corporation con un’operazione azionaria da 53 miliardi di dollari. Totale, 117 miliardi di dollari. Riepilogo delle puntate precedenti: il mantra degli ecologisti da salotto dice che l’era del petrolio è finita, perché allora investire, concentrare risorse? Le mosse di Exxon Mobil e Chevron sono la testimonianza dell’utopia verde che si sfalda di fronte alla realtà, sempre l’Agenzia internazionale dell’energia qualche giorno fa ha ammesso che i target climatici sono “irrealistici”, l’infrastruttura dell’industria mondiale non si cambia a tavolino, occorrono decenni e nel frattempo l’umanità continuerà a bruciare idrocarburi.

Cosa c’entra la guerra in tutto questo? È il detonatore di un gigantesco riposizionamento, la guerra in Ucraina ha chiuso la politica del tubo dell’Europa con la Russia, mentre il conflitto tra Israele e Hamas ha aumentato il rischio geopolitico dell’energia. La conseguenza è che Exxon Mobil e Chevron tornano verso Occidente perché il “resto del mondo” è diventato un luogo pericoloso, estrarre e comprare energia in maniera efficiente, significa ridurre i rischi di approvvigionamento, ecco perché i due maggiori produttori occidentali di greggio stanno concentrando i loro investimenti più vicino a casa. Chevron avrà maggiori riserve e minori rischi con l’acquisizione di Hess, perché avrà accesso ai giacimenti sudamericani della Guyana e aumenterà la sua presenza nel Nord Dakota; Exxon Mobil con l’investimento in Pioneer Natural Resources si concentra sul Bacino Permiano del Texas occidentale e sul Nuovo Messico. Tutti a casa, nell’emisfero occidentale, fine dell’illusione globalista per sempre, delle progressive sorti del commercio mondiale. Il campo di battaglia di Gaza è come una matrioska, nasconde un’altra guerra, quella per le materie prime. Fine della storia? È tornato il Novecento: oro, fucili, petrolio. È guerra. 

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