«È del tutto fisiologico, non solo nel nostro ordinamento, che il governo abbia una forte legittimazione democratica, e che gli organi di garanzia, come il presidente della repubblica, non debbano ricondursi a specifiche maggioranze. Ed è proprio per questo motivo che in assemblea costituente si scelse di votare il capo dello Stato con maggioranze qualificate e con voto segreto». Il costituzionalista Francesco Saverio Marini, ordinario di Diritto pubblico a Tor Vergata e consigliere giuridico della presidente del Consiglio, riassume così la filosofia della riforma che dovrebbe introdurre il premierato in Italia. Riforma della quale è uno degli architetti.
L’unica democrazia che ha adottato il premierato è Israele. Lo fece nel 1992, e dopo tre elezioni capì che non avrebbe funzionato.
«Infatti abbiamo tenuto conto dell’esperienza israeliana, e proprio per evitarne i difetti è stata prevista la costituzionalizzazione di una legge elettorale a carattere maggioritario».
Giorgia Meloni avrebbe voluto inserire nella riforma il principio del “simul stabunt, simul cadent”: se cade il premier, viene sciolto il parlamento. Il testo del governo prevede invece che, caduto il presidente eletto, possa andare a palazzo Chigi un altro parlamentare, comunque della maggioranza. Perché questa scelta?
«Il “simul simul” era una soluzione ragionevole e sperimentata a livello regionale, ma presenta alcuni limiti. Da un lato rischia di depotenziare il ruolo istituzionale del parlamento, assegnando al presidente del consiglio, sostanzialmente, il potere di scioglimento delle Camere. Dall’altro si caratterizza per un’eccessiva rigidità: con quel sistema, infatti, si procede allo scioglimento anche nelle ipotesi in cui la crisi non sia politica, ma dovuta ad accadimenti occasionali, come la morte, l’impedimento o la decadenza del presidente del consiglio».
Cosa che con la proposta presentata dal governo non avviene.
«No, non avviene. In quelle circostanze, con la soluzione proposta, se la maggioranza rimane solida e vi è pieno accordo sul programma, si evita l’evento delle elezioni politiche nazionali, istituzionalmente sempre complesso».
Il secondo premier della legislatura sarà anche l’ultimo, perché se non avrà più la fiducia saranno sciolte le Camere. In altre parole avrà in mano un’arma da “fine del mondo” nei confronti dei parlamentari, che il primo premier non avrà. È una scelta voluta?
«Certo che è una scelta voluta. Il motivo immediato ed evidente risiede nel fatto che la proposta ha come obiettivo la stabilità, e quindi non si potevano ammettere cambi infiniti di governo. Vi è, poi, un secondo effetto virtuoso, che riguarda il presidente eletto: proprio per evitare di dare, come la chiama lei, un’arma da fine del mondo ad un eventuale suo successore, i parlamentari saranno poco inclini a sfiduciare il premier eletto».
Non è un controsenso avere un premier eletto dal popolo, che non può però “liberarsi” di un ministro che ritiene inadeguato?
«Già adesso, ad ordinamento vigente, vi sono sistemi per sostituire un ministro che non è più in linea con l’indirizzo del governo. In quel caso solitamente si procede con le dimissioni volontarie, atteso che non si rimane nel ruolo “a dispetto dei santi”. Qualora così non fosse vi è, comunque, il rimedio della sfiducia individuale, che fu già sperimentata col ministro della Giustizia Filippo Mancuso».
La Consulta ha stabilito che per avere un premio di maggioranza che assegni il 55% dei seggi delle Camere, come quello previsto nella riforma, bisogna prendere almeno il 40% dei voti. Questo non conduce automaticamente al ballottaggio per l’elezione del premier, qualora nessuna coalizione raggiunga la soglia del 40%?
«È presto per fare questo genere di valutazioni. La proposta di revisione costituzionale lascia volutamente ampi margini di discrezionalità al legislatore sul sistema elettorale da adottare: proporzionale, misto, a prevalenza uninominale... A seconda del sistema prescelto si dovranno ipotizzare soluzioni che assicurino la rappresentanza. Certo, la previsione di una soglia e del doppio turno, nel caso in cui la soglia non sia raggiunta, è una di queste».
L’ex presidente della Consulta Giuliano Amato sostiene che con questa riforma il capo dello Stato perde autorevolezza. Per un altro giurista, Francesco Clementi, il testo è addirittura «un chiaro invito alle dimissioni di Mattarella». Cosa risponde?
«Penso esattamente il contrario su entrambe le affermazioni. Sulla seconda perché, ripeto, la proposta non incide, se non minimamente, sui poteri del presidente della repubblica, e di certo non ne modifica il ruolo istituzionale. Quanto alla perdita di autorevolezza, credo sia vero il contrario: il nuovo assetto, se sarà approvato, rafforzerà il ruolo di garanzia del presidente della repubblica, proprio perché eliminerà ogni dubbio che il presidente del consiglio possa essere una sua espressione politica».
Il bilancio delle devastanti inondazioni causate dalla tempesta che ha colpito il Texas centrale sale ad almeno 51 morti. Ventisette i dispersi.Il dato ufficiale fornito dalle autorità parla ancora di 43 vittime ed è probabile aumenti nella zona più colpita della contea di Kerr. Sempre le autorità sabato in una conferenza stampa hanno dichiarato che 15 delle vittime erano bambini. Il governatore Greg Abbott ha promesso che le squadre avrebbero lavorato 24 ore su 24 per soccorrere e recuperare le vittime. Ancora da ufficializzare il numero delle persone disperse, a parte 27 bambine che si trovavano in un campo estivo femminile.