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Carmelo Claudio Pistillo: la nuova Russia così simile alla vecchia Urss

di Carmelo Claudio Pistillo domenica 10 marzo 2024

5' di lettura

«Un tempo», dice il giovanotto con gli occhi ardenti «arrivarono i turchi a uccidere gli armeni; poi i turchi se ne andarono, arrivarono i britannici e gli armeni uccisero i tatari; poi i britannici ripartirono e i tatari uccisero gli armeni, tutti si ammazzavano a vicenda, io elimino te e tu elimini me, e non era affatto una cosa buona. Perché tutti questi ammazzamenti? Perché?» chiede. «Io sono musulmano, tu sei cristiano e sono obbligato a ucciderti. Tu dici: tu sei musulmano, io sono cristiano, quindi dovrei ucciderti. Non va bene. Perché? Io ti massacro oggi – tu mi massacri domani. Adesso siamo tutti uguali, tutti fratelli, e non dobbiamo più massacrarci a vicenda». È passato un secolo da questo discorso di pace, riportato nel bellissimo libro on the road, scritto di getto dallo scrittore polacco Israel Joshua Singer, La nuova Russia (Adelphi, 19 euro, pp. 276), tradotto da Marina Morpurgo e pubblicato in questi giorni in anteprima mondiale, eppure l’umanità non si è ancora dimostrata all’altezza di ribaltare il corso della storia. Né, tanto meno, di far defluire le sue mefitiche acque in un pozzo nero e non nel ventre dei vivi, costretti a rinnovare il verbo del male e della sopraffazione.

LO ZAR CONTEMPORANEO
L’invasione dell’Ucraina e gli omicidi di Stato voluti da Putin, nel solco sanguinario e mai interrotto di Stalin, sono la costante tragica dell’indistruttibile istinto di morte dell’homo sovieticus. Nel film Arca russa, capolavoro girato da Aleksandr Sokurov nel 2002 con un solo e oceanico piano sequenza di cento minuti, il protagonista ricorda che «In Asia hanno il culto per i tiranni: Alessandro Magno, Tamerlano, Pietro il Grande, più sono crudeli, più i popoli asiatici li amano». Se per Caterina II la Russia era uno stato europeo, per il poeta Puškin, la sua collocazione in Europa è un errore geografico. Non è un caso che Putin incarni, seppur imperfettamente, la figura di uno zar contemporaneo che guarda al passato per rendere inattaccabile l’integrità storica e morale del suo Paese, che sente minacciato dalle impurità dell’Occidente.

Su incarico del quotidiano yiddish Forverts di New York, negli ultimi mesi del 1926 e nei primi del 1927, Israel (1893-1944), fratello maggiore di Isaac, premio Nobel per la letteratura nel 1978, affronta un viaggio attraverso i villaggi e le città delle Repubbliche di Russia, Ucraina, Bielorussia e Crimea. Scopo della missione è documentare i mutamenti delle colonie ebraiche e le differenze tra la vecchia e la nuova Russia e quelle tra la nuova Russia e la Russia del comunismo di guerra, dopo la sua edificazione.

DONNE E ISTRUZIONE
Il libro ha il fascino di un affresco storico e, per le tante voci, personaggi, lingue ed etnie con cui viene a contatto lo scrittore, le suggestioni di un romanzo polifonico. Dell’Unione Sovietica ci offre le incoerenze ideologiche, come quelle viste a Mosca, sintesi del vecchio e del nuovo. A Mosca le donne vengono trattate alla pari degli uomini ma è pure abitata da migliaia di ragazze, russe ed ebree, caucasiche e armene, perfino bambine di dodici anni, che vendono il proprio corpo. Mosca appare così come una città matrigna e ingannevole. È il luogo della saggezza e della luce con le porte della conoscenza e delle università del popolo aperte a tutti. I ragazzi arrivano da ogni luogo. Ma sotto questa superficie rassicurante mancano le fondamenta di una legge che renda obbligatoria l’istruzione. Migliaia di bambini e giovani “ignoranti e zotici” imperversano per le strade come esseri randagi e dimenticati o, come scrive Joseph Roth nel suo Viaggio in Russia, come torme di bambini che vivono d’aria e di sventura. Città, dunque, illuminata e rozza, a suo modo saggia ma depravata. In queste corrispondenze di viaggio, l’autore de La famiglia Karnovwski, una delle più interessanti saghe familiari del mondo ebraico del XX secolo, guardando la torre del Cremlino, insiste sulle stridente simbologia della Russia sovietica: «Accanto alla bandiera rossa illuminata dalla luce elettrica, il simbolo della Russia comunista, che sventola nella notte sulla città come una torcia accesa, innalza il suo grido verso il cielo la vigorosa aquila bicipite, il simbolo della Russia del passato, degli zar e della Chiesa ortodossa».

Oltre a un doppio antisemitismo, quello tradizionale russo e quello nuovo comunista, Singer scopre il deperimento della cultura yiddish e la nascita, accanto alle vecchie colonie ebraiche, di cooperative di nuovi coloni ebrei precedentemente cacciati dai villaggi. Andando avanti così, annota con ironia, non esisterà più una questione ebraica. Registra soprattutto il trionfo della Nuova Politica Economica (NEP) che, nelle intenzioni di Lenin doveva risollevare le sorti del Paese dopo i danni prodotti dal disastroso comunismo di guerra introdotto durante al guerra civile. In realtà viene tradito l’ideale socialista e nasce una classe di nuovi ricchi con gli agi borghesi corroborati da automobili e bordelli, mentre la grande borghesia si sta dissolvendo.

DUE REALTÀ, UN NEMICO
Dopo la morte di Lenin, santificato come una creatura divina, quando “buono” non fu, (ma di cui va ricordato senz’altro il coraggio con cui fece a pezzi, “con pugno di ferro” i suoi stessi principi, fra cui la follia della marcia sulla Polonia), Stalin tentò d’indirizzare il paese verso un’economia statalista centralmente pianificata ma senza raccogliere le fortune sperate. Maggiori successi ebbe nell’estremizzare il terrore rosso inaugurato dal suo predecessore Lenin. Sul fronte artistico l’arte rivoluzionaria è quasi scomparsa e Majakovskij, il batterista jazz della rivoluzione russa, non è più di moda.

Come in Arca russa il regista Sokurov racconta le contraddizioni e miserie di trecento anni di storia russa all’interno del Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo, evitando pregiudizi politici sull’Unione Sovietica, il viaggiatore Singer osserva e racconta la presenza del progresso accanto alla depravazione, e soprattutto l’impossibilità di dare concretezza a un disegno utopico in una terra troppo vasta, economicamente e socialmente arretrata. Il sogno di eguaglianza e di un socialismo senza discriminazioni non poteva funzionare in uno Stato privo di tradizione democratica.

Al culmine della sua massima espansione territoriale, l’Unione Sovietica occupava un sesto della superficie terrestre e ospitava cento diverse etnie. Il predominio della lingua ed etnia russa, tuttavia, non aveva spento il nazionalismo di altri popoli, come quello polacco e ucraino. Lo ricorda bene Giorgio Ferrari nel suo recente L’arca russa (La Vita Felice) nel descrivere le tante Russie e sottolineare che «l’impero russo era solo l’evoluzione geopolitica e antropologica di due imperi: quello mongolo che lo aveva preceduto, e quello bizantino, l’impero cristiano che costituiva la Seconda Roma». Due realtà storiche con un nemico comune: l’Occidente. Lo stesso di Putin.

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