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Fausto Carioti: ecco il Machiavelli oltre tutti gli stereotipi

di Fausto Carioti lunedì 15 aprile 2024

4' di lettura

Chi pensa che l’uomo politico italiano più discusso all’estero sia Silvio Berlusconi sbaglia di parecchio, e di cinquecento anni. Nel 2012 il quotidiano francese Le Monde, per tessere l’elogio dell’allora presidente della Bce Mario Draghi e del suo «formidabile estro politico», lo chiamò «le Florentin»: ricorda qualcuno? Pochi mesi fa, quando è morto Henry Kissinger, praticamente non c’è stato commentatore al mondo che non lo abbia definito «il Machiavelli americano». Nel 2016 il Washington Post avvertiva, in un editoriale, che Donald Trump (uno che più diverso da Kissinger è difficile immaginare) era «The American Machiavelli», ma nemmeno sei mesi dopo ci ripensava: «Trump is not so Machiavellan after all».

Nella rivista Foreign Affairs, sorta di bibbia della politica estera, la parola «Machiavelli» appare 214 volte (Berlusconi solo 58: sorry, Silvio). Per farla breve, non c’è leader moderno accreditato di un minimo di capacità di calcolo, inclusi il venezuelano Nicolás Maduro e il cinese Xi Jinping, che non sia stato accostato a Machiavelli. Il bello (diciamo) è che la stessa similitudine può essere usata per esaltare l’intelligenza e la lucidità del personaggio o per dipingerlo come un meschino avvezzo a omicidi e tradimenti. Che poi è l’eterno dilemma attorno a Machiavelli: il primo studioso moderno del potere, dotato di quella avalutatività senza la quale non può esistere uno studio scientifico del comportamento umano, o il diabolico autore di un manuale per malvagi congiuratori («a handbook for gangsters», per usare la descrizione attribuita al filosofo Bertrand Russel)? O magari, all’estremo opposto, l’ispiratore dell’unità d’Italia, secondo la propaganda risorgimentale?

Leggere ciò che di lui scrissero Benito Mussolini e Antonio Gramsci non aiuta. Nel 1924 il duce usava le tesi esposte ne Il Principe per criticare il principio della sovranità popolare ed affermare la sua visione dello Stato come forza che s’impone sugli individui. Pochi anni dopo, nei Quaderni del carcere, il fondatore del Pci annotò che Il Principe «è un libro “vivente”, in cui l’ideologia diventa “mito”», utile a mobilitare le masse verso la rivoluzione. Interpretazioni che paiono antitetiche, ma forse sono molto simili, perché sempre nell’edificazione dello Stato totalitario vanno a parare. Per mettere ordine nella storiografia del personaggio (e ce n’era un gran bisogno) e demolire alcuni luoghi comuni arriva ora Machiavelliana dello storico Alessandro Campi (Rubbettino Editore). Il titolo da compendio enciclopedico non è usurpato: in quelle 360 pagine c’è davvero tutto ciò che serve per inquadrare il personaggio e sottrarlo al ritratto stereotipato che lo ha reso così popolare nella cultura di massa, inclusi videogiochi e serie televisive.

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ICONOGRAFIA CARICATURALE

Proprio a proposito di ritratti, una parte importante dell’opera di Campi si occupa dei cinquecento annidi iconografia machiavelliana, con il supporto di un prezioso inserto di immagini. E ci dimostra come, accanto all’antimachiavellismo letterario, politico e filosofico, cattolico e non solo (Alessandro Manzoni è in compagnia di Voltaire, Leo Strauss e tanti altri), ci sia stato un antimachiavellismo iconografico che lo ha fatto ritrarre «quasi sempre con sembianze forzate se non caricaturali: il sorriso cinico e beffardo, lo sguardo cattivo e obliquo, i capelli ispidi, l’espressione da Sfinge, la testa piccola e le orecchie puntute che la fisiognomica classica ha sempre associato alla furbizia animale». Veri e propri falsi, rappresentanti non Machiavelli, ma l’idea negativa che si aveva di lui, sono apparsi per secoli anche nelle copertine dei suoi libri.

Operazione, nota Campi, che è andata di pari passo con «le leggende sulfuree» costruite intorno al suo nome già pochi anni dopo la sua morte prematura nel 1527: un Machiavelli uccisosi con le proprie mani per aver voluto farsi beffe di Dio e della morte, assumendo un farmaco che lo avrebbe dovuto proteggere dalle malattie. Insomma, Machiavelliana è uno studio scientifico su un personaggio che da mezzo millennio è rappresentato in malafede o in modo macchiettistico. Campi riporta alla razionalità il dibattito su Il Principe e sui Discorsi, ricordandoci anche gli avvertimenti che lo scettico Machiavelli dedica a chi pianifica congiure: «Le difficultà che sono dalla parte de’ congiuranti, sono infinite. Per esperienzia si vede molte essere state le congiure, e poche aver avuto buon fine» (secoli dopo Karl Popper, scienziato della politica più di chiunque altro, per smontare la teoria cospiratoria della società avrebbe scritto che «i cospiratori raramente riescono ad attuare la loro cospirazione», perché questo è ciò che «normalmente avviene nella vita sociale»). Così Machiavelli - è la tesi di Campi - ha delineato nelle sue opere «una vera e propria fenomenologia della congiura». Le Florentin è un moderno, un precursore, proprio perché lontano dai cliché che da sempre lo accompagnano e lo hanno reso “pop” tra i moderni. 

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