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Capezzone: il piano di pace? Eliminare Hamas e rovesciare l'Iran

di Daniele Capezzone martedì 8 ottobre 2024

3' di lettura

Da più parti, con maggiori o minori tassi di realismo e di buona fede, si sente evocare la necessità e l’urgenza di un piano di pace per il Medio Oriente. E, in astratto, chi mai può essere contrario a un simile desiderabilissimo auspicio? Oppure, capovolgendo le cose, chi mai può essere favorevole a un orizzonte di guerra infinita o indefinita?

Tuttavia, come proprio la Bibbia insegna (Ecclesiaste: «Per ogni cosa c’è il suo momento, per ogni faccenda sotto il cielo c’è il suo tempo»), occorre prendere atto di come ciascuna stagione richieda una risposta appropriata. Per troppi anni si è pervicacemente sottovalutata l’azione, orchestrata da Teheran, per colpire e poi per distruggere Israele. Per colpirla, attraverso singole azioni terroristiche affidate ai tentacoli (Hamas ed Hezbollah) della piovra iraniana. E in prospettiva per eliminarla, attraverso un programma nucleare iraniano di cui nessuno conosce oggi l’effettivo stadio di realizzazione.

L’ERRORE DI BIDEN
Commettendo un errore di proporzioni storiche, prima Barack Obama e poi Joe Biden hanno deciso un’incredibile apertura di credito nei confronti del regime iraniano, coprendolo di soldi, di fatto consentendo (anziché bloccare) quel programma atomico, e soprattutto legittimando i vertici dell’autocrazia integralista. Solo Donald Trump, durante il suo quadriennio alla Casa Bianca, si mosse in senso contrario promuovendo gli Accordi di Abramo: per isolare Teheran, e per costruire un nuovo equilibrio in Medio Oriente basato su un filo di dialogo tra Gerusalemme e Riad. Ma, con il ritorno di Biden alla Casa Bianca nel 2020, quello sforzo è stato largamente smontato. E cos’hanno fatto allora gli ayatollah iraniani? Altro che accontentarsi della centralità politica incautamente loro regalata dai dem Usa: al contrario, hanno giocato la carta estrema ed oscena del 7 ottobre, affidando ad Hamas un’azione letteralmente da Olocausto. Presa di sorpresa un anno fa, Gerusalemme si è riorganizzata e ha pianificato una reazione strutturata e strutturale, non più congiunturale ed episodica. E – giustamente – non intende fermarsi propria ora.

E allora eccoci davanti all’unico piano di pace oggi realisticamente in campo, che si articola in tre punti. Primo: cancellazione di Hamas dalla faccia della terra. Secondo: cancellazione di Hezbollah dalla faccia della terra. Terzo: messa del regime iraniano in condizione di non nuocere oltre, o attraverso (ipotesi minore) l’azzeramento del suo programma nucleare oppure attraverso (ipotesi maggiore) l’implosione finale dell’autocrazia integralista di Teheran. Sento già lo scandalo di qualche anima bella, che ci accuserà di “bellicismo”. Ma è vero esattamente il contrario: ho definito questi tre punti un piano di pace perché ne sono davvero convinto. Nel senso che oggi l’unico modo di costruire una pace duratura e un nuovo equilibrio in quella regione consiste proprio nel vincere il conflitto in modo chiaro e definitivo. Senza repliche, senza tempi supplementari, senza opacità: uccidendo o catturando i capi delle organizzazioni terroristiche, mettendo in fuga (o in condizione di non nuocere) i vertici del clero teocratico iraniano, e mostrando al mondo che il male può essere sconfitto, come accadde nella Seconda Guerra Mondiale.

I RISCHI
Ci sono dei rischi? Ovvio che sì. E però l’alternativa rappresentadal cedimento e dalla trattativa con tiranni e terroristi comporterebbe non rischi, ma certezze: certezze di nuova destabilizzazione, di nuovi attacchi, di nuove stagioni di terrore, di azioni devastanti perfino nelle capitali europee, di una ferita purulenta che continuerebbe a generare un’orrenda infezione. Israele ha deciso di provare a costruire un nuovo Medio Oriente, e di farlo anche per l’Occidente (molto spesso: nonostante questo Occidente). E la notizia è che, se ci riuscirà, questo determinerà la festa, l’esultanza e una speranza anche per milioni di donne e uomini musulmani attualmente oppressi dall’integralismo. Gli stessi che in Libano, Siria e Iran hanno festeggiato quando è giunta la notizia dell’eliminazione di Nasrallah, capo di Hezbollah: loro festeggiavano, sapendo bene quanto sangue fosse stato versato e quanti lutti procurati dal quel fanatico integralista, mentre – dalle nostre parti – troppe redazioni e troppe cancellerie erano pateticamente a lutto. C’è dunque da sperare che il piano di pace israeliano vada in porto. Senza Hamas, senza Hezbollah, e con il regime iraniano ridotto a una tigre di carta, il mondo sarà un posto più sicuro. Grazie, Israele.

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