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Emilia Romagna tomba del Pd: "Se vince la Borgonzoni...". Zingaretti, allora è tutto vero

di Giulio Bucchi domenica 10 novembre 2019

3' di lettura

Prova a uscire dall' angolo, Nicola Zingaretti, scappando dal Palazzo. E dal Nazareno. Va prima a Torre Maura, periferia profonda della Capitale, dove inaugura campi da calcio e da beach volley. Poi alla Magliana, quartiere noto per aver dato il nome alla banda criminale, per riaprire un circolo Pd. Cerca un bagno di realtà per rompere le catene dentro cui sembra essersi legato. Un nodo scorsoio, quello che lega il Pd al Conte 2 e al M5S, che si stringe ogni giorno di più. In cuor suo, Zingaretti vorrebbe liberarsene. Lo farebbe subito. Non è stata sua l' idea di dar vita a questo governo.  Leggi anche: Il sondaggio top-secret che terrorizza il Pd in Emilia Romagna. Roba storica, mai successo in 100 anni E ora che sta dissanguando il Pd e appannando la sua leadership, la tentazione di dire «io l' avevo detto» è forte. Come quella di dire «stacchiamo la spina, basta così». «Se si deve andare avanti con questi giochini, con Renzi e Di Maio che stanno con un piede nel governo e l' altro fuori, mentre il Pd fa da scudo umano a Conte, allora no grazie». Ma è uno sfogo, più che un progetto. Basta farsi due chiacchiere con i parlamentari. Votare? «Con il Pd al 17%? E per andare dove? Verso una sconfitta certa? A chi conviene?». E poi «anche volendo i parlamentari non seguirebbero Zingaretti». Che la situazione, però, sia grave, è ammesso da tutti. Per dirla con un deputato non certo ostile a Zingaretti, «bisogna capire se vogliamo procedere con l' eutanasia o se vogliamo provare a far riprendere questo malato in stato comatoso». Il malato è il Pd. Dice Matteo Orfini a Libero: «Qual è la nostra linea? Abbiamo una idea su qualcosa? No. Passiamo il tempo a dire di non litigare, a prendercela con Renzi e Di Maio, salvo poi cedere a entrambi su tutta la linea. Prima diciamo che la plastic tax è irrinunciabile, poi la cambiamo. Stessa cosa sulle auto aziendali. Con Di Maio nemmeno litighiamo, cediamo direttamente. Siamo percepiti come il partito del potere. Sì, difendiamo la stabilità. Ma per fare cosa? Lo Ius Soli, no. I decreti sicurezza non si toccano. Il memorandum con la Libia, pure. Avanti così, chiaro che finiamo nel burrone». Ma anche nella maggioranza che sostiene Zingaretti, perfino tra i ministri, l' umore è pessimo. Come si è visto, ieri, alla riunione convocata in gran segreto dal segretario dem a Montecitorio. Presenti, i ministri Pd e i capigruppo. Tutti si sono lamentati di come Renzi e Di Maio bombardano il governo. Tutti ragionamenti che si concludevano con un «a questo punto meglio votare». Ma più che un progetto, è una minaccia tattica. Un tentativo di spaventare Renzi per convincerlo a rientrare nei ranghi. Una pia intenzione, perché il leader di Iv non si sogna di cambiare linea. Per vivere deve prosciugare il Pd. Lo ha detto. E così farà. Nel frattempo nel Pd si comincia a scalpitare. Le elezioni sono una prospettiva impensabile. Piuttosto, si ragiona di un altro voto: quello sul segretario. «Più che il governo, è a rischio Zingaretti», si dice tra gli ex renziani. Se il voto in Emilia Romagna dovesse andare male, sarebbe inevitabile un congresso. E già si comincia a cercare un' alternativa al governatore, magari pescando tra i sindaci. Zingaretti prova a resistere nella tempesta: «Il Pd è la più grande forza politica organizzata del centrosinistra». Sarà bersaglio di «aggressioni» perché è il «pilastro della tenuta democratica». Per evitare il voto bisogna far camminare il governo. «Noi non vogliamo andare alle elezioni ma un governo che governi bene. Ma se non c' è una proposta percepita dal Paese e se non c' è un buon governo, le cose non vanno bene». di Elisa Calessi

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