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Berlusconi vuole logorare Renzi: ecco cosa c'è dietro il patto del Nazareno

di Nicoletta Orlandi Posti domenica 7 settembre 2014

3' di lettura

La successione di Giorgio Napolitano al Quirinale potrebbe essere un riflesso dello scenario economico e politico di fine anno. Mentre la maggior parte degli osservatori snocciola nomi che rispondono a logiche di genere (Pinotti, Finocchiaro, Severino, Bonino), colore politico (Veltroni, Prodi, Fassino) o cursus istituzionale (Cassese, Amato, Bassanini), il corso degli eventi potrebbe imprimere una traiettoria di altro tipo alla successione presidenziale. Ecco perché. Lo scenario politico é dominato, piú che dall’esuberanza del presidente del Consiglio e dall’esaurirsi della sua luna di miele con l’establishment industrial-finanziario italiano, dall’assenza di offerte alternative nonostante una furente fronda interna al Pd. Silvio Berlusconi è preoccupato dai funesti presagi sull’economia e da un esecutivo impreprarato ad affrontare la legge di stabilitá, ma non ha ancora interesse a mollare Renzi. Ció perché è fermamente convinto che in questo momento la coabitazione di fatto tra Forza Italia e il Pd depotenzi quest’ultimo, mentre l’ostilitá esplicita non farebbe che galvanizzare Renzi nella conquista di consenso a sinistra. Inoltre la non-viabilitá politica e il perdurare dei servizi sociali fino a maggio 2015 sarebbero un certo impedimento a una tenzone elettorale, che Berlusconi dovrebbe affrontare per il tramite di un altro leader di centrodestra (Passera? Salvini?). Senza contare che questa peculiare zona politica di bassa pressione è il massimo a cui Berlusconi può aspirare perché Mediaset, Vivendi e Telecom tentino di quadrare un gigantesco matrimonio di interesse impensabile se non a bocce ferme. Il barometro dell’economia fa invece segnare record negativi, mentre l’orizzonte geopolitico si carica di nubi scure per il nostro export e la domanda domestica registra sintomi deflazionistici combinati con una sostanziale insensibilità agli stimoli messi in campo da Palazzo Chigi. Lo spread basso, infine, non deve ingannare: è dovuto in larga parte a un peggioramento della Germania, mentre sul differenziale con Spagna e Portogallo l’Italia perde colpi. Il calendario dell’ultimo trimestre prevede il rendez-vous con la legge di stabilità, vero banco di prova dell’esecutivo. Il quale, se per un verso confida di strappare un differimento degli obblighi di riduzione del debito previsti dal Fiscal Compact, per altro verso sará in seria difficoltá con il tetto deficit/Pil. Prova ne è il turbolento nubifragio comunicativo di agosto, in cui il governo prima ha escluso uno sforamento del tetto del 3%, e ha addirittura emesso un comunicato stampa in cui stigmatizzava un’intervista (per il vero piuttosto pudica) del sottosegretario al MEF Enrico Zanetti su questo tema. Poi ha dovuto negare un intervento sulle pensioni retributive dopo che commenti del ministro Poletti e del guru economico renziano Yoram Gutgeld avevano fatto balenare l’idea di prelievi a carico dei pensionati. Ma la cifra-monstre dei risparmi previsti da Cottarelli con i tagli di spesa (18 miliardi nel solo 2015) ha suscitato diffidenza in molti osservatori, colpiti al tempo stesso dalla serenità di regioni e autonomie locali in genere - segno che i tagli non limeranno loro le unghie? Un governo stabile ma debole, quindi, alle prese con il peso enorme di aggregati economici: ecco il meteo politico-economico per fine anno. Di fronte al quale, per evitare di finire sotto la mannaia dei mercati che hanno in mano enormi quantità del debito pubblico tricolore, sarà bene predisporre rimedi istituzionali. Impercorribile la strada dell’ennesimo «putsch» di palazzo, non resta che un presidenzialismo di fatto. Al Colle toccherebbe caricarsi (ancora di piú) di prerogative straordinarie per supplire a una classe politica leggera, anemica. E poiché sono sempre i mercati a dover essere garantiti, il profilo del nuovo inquilino del Colle dovrá esibire solidissime credenziali economiche. Mario Draghi, l’ipotesi-principe, si presterà a fare la parte di moderno Cincinnato e tornare a Roma? Non mancheranno le sollecitazioni, ma molto dipenderà dalle aspettative di Draghi stesso sul resto del proprio mandato a Francoforte alla testa della Bce. Se riterrà di avere ancora molto da fare, il rientro a Roma resterà un miraggio. Se invece, in coscienza penserá di aver ragionevolmente fatto quanto in suo potere, allora l’opzione Cincinnato si colora di sostanza. di FRANCESCO GALIETTI* (Fondatore dell'osservatorio di rischio politico Policy Sonar) 

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