Elezioni

Governo, ecco chi ha davvero paura di andare al voto

Tommaso Montesano

Nel Regno Unito ancora sconvolto dalla Seconda guerra mondiale, che in Europa era ufficialmente terminata solo poche settimane prima (il 7 maggio 1945, con la firma dell'armistizio di Reims tra gli Alleati e la Germania), nessuno accusò di «irresponsabilità» Re Giorgio VI, che permise ai sudditi britannici di recarsi regolarmente alle urne il successivo 5 luglio nonostante le ferite del conflitto fossero ancora fresche e l'Impero fosse alle prese con l'inizio della ricostruzione.
La storia è nota: Winston Churchill, il conservatore che aveva guidato la Nazione nella lotta vittoriosa contro il Terzo Reich, lasciò tra la sorpresa generale la guida di Downing Street al laburista Clement Attlee. Del resto nulla è più prezioso, in una democrazia, del rito elettorale. Costi quel costi. Come, appunto, andare a votare nel caos post bellico, per giunta determinando un radicale cambio di governo in un momento drammatico per il Paese.

 

 


Per questo viene da sorridere a leggere la quantità di commenti provenienti dall'estero e non sul pericolo cui andrebbe incontro l'Italia in caso di elezioni anticipate dopo le dimissioni di Mario Draghi. Da 48 ore è un susseguirsi di dichiarazioni sull'«ansia» che regna in cancellerie e istituzioni europee a proposito della sorte del nostro Paese. Il retropensiero è scontato: a fare paura è la possibile affermazione del centrodestra, più che l'incertezza sul futuro italiano. Uno dei più agitati è Paolo Gentiloni, l'ex premier Pd ora commissario Ue all'Economia, che ha confessato come l'Ue sia in «apprensione. All'Italia, mai come ora, serve un leader forte». Come se un leader uscito dall'investitura popolare fosse per definizione debole. E via con l'elenco delle emergenze che renderebbero impossibile l'apertura dei seggi: «Guerra, tensioni geopolitiche, inflazione record e difficoltà sul fronte energetico».
CACCIA ALL'EMERGENZA Stagione che vai, emergenza che trovi: strano che Gentiloni non abbia nominato la legge di bilancio, tradizionale leitmotiv dei nemici delle urne. A Bruxelles, sono due giorni che il presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, sottolinea la «stretta e costruttiva collaborazione con il presidente Draghi». Sottinteso: e si aspetta di «continuare a collaborare con le autorità italiane su tutte le politiche e le priorità dell'Ue». Un avviso ai naviganti (ovvero: il centrodestra). Lo stesso avviso che ha lanciato la sua vice Margrethe Vestager, che si è definita «molto soddisfatta della fortissima collaborazione che abbiamo con i ministri di questo governo». Come se fossero insostituibili (e Draghi è «insostituibile» per il quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung). Ieri siè levata la voce pure del vice esecutivo di Von der Leyen, l'olandese e laburista Frans Timmermans, affermando, su pressione di Enrico Letta, che Draghi «è un partner autorevole nel contesto europeo e internazionale. Il suo contributo in questo momento storico è fondamentale"

 

 

 

ASSE TRASVERSALE Il presidente dei Socialisti e democratici Ue, Iratxe Garcìa, si è spinta ancora più in là: «In questo momento l'Italia ha bisogno di stabilità. E l'Europa ha bisogno di un governo forte ed europeista in Italia». «Abbiamo bisogno che l'Italia mantenga il suo ruolo di leadership all'interno dell'Ue», implora il presidente dell'Europarlamento, Roberta Metsola.
Guai alle elezioni, dunque. Del resto, come osserva il Washington Post, «ci sono evidenti ragioni» per cui l'Italia «trarrebbe vantaggio dal mantenere intatto il suo governo ancora per un po'». E via con il solito elenco: la legge di bilancio - stavolta c'è - le riforme per il Pnrr, la siccità, la guerra... Commento che ha preceduto di poche ore la rivelazione di Jake Sullivan, consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca, sul fatto che Joe Biden stia seguendo «molto da vicino» gli sviluppi della crisi politica in Italia. «Il presidente ha un profondo rispetto per Draghi. Vedremo che cosa succede». Idiosincrasia perle elezioni che naturalmente investe anche l'Italia. L'asse trasversale dei sostenitori della «stabilità» a oltranza- a scapito delle urne - va dalla Cgil alla Cei. Il sindacato di Maurizio Landini ieri ha diffuso una nota per mettere in guardia dai rischi che correrebbe il Paese: «Ribadiamo con forza che la crisi sociale deve essere la priorità che tutti devono avere presente. Non è il momento di indebolire il Paese e bloccare le riforme». Inedita l'identità di vedute con i vescovi. «Ci auguriamo che vi sia uno scatto di responsabilità in nome dell'interesse generale del Paese che deve prevalere sulle pur legittime posizioni di parte per identificare quello che è necessario e possibile per il bene di tutti», avvisa il cardinale Matteo Zuppi.