Viceministro meloniano

Galeazzo Bignami "aggredito 18 volte: ecco cos'è la rossa Bologna"

Pietro Senaldi

«Ricordo il primo giorno al Righi, illustre liceo scientifico bolognese. I ragazzi grandi fecero irruzione in classe: chi è Bignami? Siamo quelli della Figc. Io ero ingenuo, pensavo fossero quelli della Federazione Gioco Calcio, e alzai la mano speranzoso. Invece erano i giovani comunisti. Tempo un attimo mi ritrovai a quattro zampe, con un cartello al collo con la scritta “fascista” e un guinzaglio che mi tirava in giro per i corridoi della scuola. Questo è stato il mio esordio politico».

 

 

 

Cosa aveva fatto?
«Nulla, ma mio padre era di destra, molto conosciuto in città. Dopo qualche settimana di questo genere di trattamenti gli chiesi di cambiarmi scuola ma lui rispose che se cedevo allora avrei ceduto sempre e mi tenne lì».

Gliel’ha perdonata? 
«Sono grato a quei ragazzi. Ho capito sul campo che roba era la sinistra. Ed è ancora la stessa roba».

Com’è possibile? 
«Bologna era così, e lo è ancora oggi. Non ci crede? E se le dicessi che un centro sociale, Labas, in locali assegnati loro dal Comune, ha festeggiato la morte di Berlusconi? La Schlein non ha neanche condannato l’ultima aggressione ai nostri giovani. Ed io ho subito diciotto aggressioni in città...».

Entrò nel Fronte della Gioventù per suo padre o per reazione ai soprusi subiti dai giovani di sinistra? 
«Quelle violenze mi ci spinsero quasi, andai in un ambiente che mi offriva protezione, dove noi diversi potevamo farci forza l’uno con l’altro, gente con cui parlare. Una scelta di autodifesa».

 

 

 

Certo il paria bolognese non si aspettava di ritrovarsi al governo quando nel 1989, a soli quattordici anni, entrò a far parte del FdG. «Amo le sfide impossibili», scherza, anche se in un certo senso era un predestinato, e non solo per il nome patriottico, Galeazzo, «mio padre lo scelse non in onore di Ciano, che fu fucilato dai fascisti, ma di Galeazzo Maria Visconti, il primo a parlare di unità d’Italia, nel Quattrocento». Nella roccaforte rossa Bignami figlio riuscì a diventare consigliere comunale di An a soli 23 anni, sul traino della miracolosa vittoria di Giorgio Guazzaloca, ma già a diciotto era consigliere di zona. Ora è viceministro di Salvini, alle Infrastrutture e ai Trasporti, dossier caldi, dal Ponte agli investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. E la missione speciale di vigilare sul racconto dell’alluvione che ha sconvolto la Romagna a fine primavera. «Non vado in vacanza, resto a Bologna», spiega Bignami, «devo presidiare il territorio dalle falsità che il Pd sparge, sennò qui parte una contro-narrazione... Loro sono specializzati, una macchina di bugie rodata nei decenni. Sostengono che non siano arrivati aiuti dal governo dopo il disastro, invece non riescono a spendere quello che è già stato stanziato, come ha scritto la premier nella sua lettera a Bonaccini, precisando che il governo ha messo 4,5 miliardi perla ricostruzione e il risarcimento dei danni».

 

 

 

Come ha vissuto le polemiche sul 2 agosto? 
«Quel giorno del 1980 è uno dei primi ricordi della mia vita. Ogni bolognese è condizionato da quell’abisso. Avevo quasi 5 anni ed ero in giro con mia madre a poche centinaia di metri. Ricordo quel fragore enorme, poi mia madre affidò me e mio fratello a una signora per andare ad aiutare...».

Cosa ne pensa delle dichiarazioni del portavoce del presidente del Lazio, Marcello De Angelis, che ha dichiarato che i responsabili non sono Mambro, Fioravanti e Cavallini? 
«C’è una sentenza e la si rispetta, ma se il Presidente della Repubblica dice che va appurata tutta la verità, significa che mancano ancora dei tasselli. Giorgia Meloni ha fatto bene a chiedere la desecretazione dei dossier».

Sì, ma De Angelis? 
«Vittima della solita doppia morale insopportabile: se un giornalista di sinistra avanza dubbi sulla strage di Bologna viene elogiato, se lo fa uno di destra lo linciano».

La sinistra sostiene che Fdi non ha preso le distanze dal terrorismo nero come il Pd lo ha fatto dai brigatisti... 
«Già Almirante disse che i terroristi neri andrebbero fucilati due volte».

Almirante è morto 35 anni fa... 
«Dopo noi abbiamo fatto Fiuggi. Perché la Bolognina deve valere per sempre e noi dobbiamo fare Fiuggi tutti i giorni? Costringere la destra a parlare del passato è un modo per impedirle di costruire il futuro. Qui a Bologna c’è ancora una profonda connivenza tra sinistra ed estremismo ma nessuno lo dice».

Secondo lei Fratelli d’Italia per diventare un grande partito conservatore dovrebbe disintossicarsi da una parte un po’ troppo estremista, amputarsi qualche dita? 
«Ma noi siamo già un grande partito conservatore. Non facciamo l’errore di An, che per accreditarsi nei salotti bene ha abiurato, tradito i propri valori e perso consensi. L’elettore di destra può perdonarti gli errori, comprendere ritardi nell’azione e nel mantenimento delle promesse, ma non scuserà mai il tradimento dei valori».

Ma quella fu una derapata di Fini, annebbiato dalla rivalità con Berlusconi e dal desiderio di scalzarlo... 
«No, tanta classe dirigente gli andò dietro. C’era ansia di accettazione e accreditamento».

Davvero non avete una bad company di cui liberarvi? 
«Mano, alla guida del partito ormai c’è la generazione di Giorgia, che non ha nulla di cui liberarsi».

Anche lei è profondamente ideologico... 
«Per colpa dell’ideologia ho rischiato di non venire al mondo. Io sono del 1975. Nel 1974 un gruppo di estremisti di sinistra esplose sette colpi contro mio padre, di cui 5 a segno. Lo salvò un automobilista di passaggio».

Chi sono gli autori dell’attentato? 
«Non furono mai presi. In compenso mio padre si fece tre mesi di galera per tentativo di ricostituzione del partito fascista. La tesi del giudice era: se ti sparano in strada quelli di sinistra, che noi non prendiamo, significa che tu sei un fascista e quindi un criminale. Alcuni della Cgil organizzarono un picchetto davanti all’ospedale per impedire che venisse curato».

La destra sociale esiste ancora dentro Fdi, o si è smarrita con il governo? 
«Esiste, esiste, guardi al provvedimento sulle banche».

Quindi la destra è un po’ divisa, ma solo a Roma? 
«Io non sono di Roma e mi sono sempre tenuto felicemente distante dalle cose romane del partito. Pinuccio Tatarella una volta mi disse: “tu a Roma non ci devi neanche pensare”. Aveva ragione. Roma è l’alfa e l’omega della destra, ma Fdi è un partito nazionale, anche qualcosa di più ormai».

Circola voce che lei sia a Bologna, oltre che per presidiare il territorio dalle menzogne del Pd, anche per preparare la candidatura alle prossime Regionali, a inizio 2025... 
«Smentisco. E poi in Emilia-Romagna si voterà tra due anni. Il Pd ha fatto due leggi per slittare le elezioni: la prima è che, in caso di dimissioni del presidente subentra automaticamente il vice a interim. La seconda che si può votare solo da aprile a giugno. Loro faranno dimettere Bonaccini solo all’ultimo, prima delle Europee, così andranno avanti un anno con il reggente».

Niente terzo mandato per il governatore rosso? 
«Non lo vuole la Schlein, che se ammette una deroga per lui poi deve concederla anche per De Luca ed Emiliano, cosa che non farà mai. È stata la Schlein a sbarrare la strada a Bonaccini, quando se ne parlava come commissario per l’alluvione. Lui stava dialogando con il governo ed Elly ha iniziato a cannoneggiare il governo. Si è messa in mezzo...».

D’accordo che lei è l’uomo delle missioni impossibili, ma l’Emilia-Romagna è contendibile dal centrodestra? 
«Siamo arrivati primi sia nelle Politiche del 2018 e del 2022, sia alle Europee del 2019, dove abbiamo avuto la maggioranza. Abbiamo perso solo le Regionali del 2020, di tre punti, perché la sinistra ha allestito un’Armata Brancaleone all’insegna del tutti dentro. La sinistra ormai qui è davanti solo nei centri delle città, il resto della Regione è con noi, vede che il Pd è dilaniato, la frattura Schlein-Bonaccini qui è palpabile. Elly ha un elettorato minoritario ma molto militarizzato e ha scalato il partito dall’estrema sinistra. Bonaccini ha sottovalutato le frange estreme ma, da buon comunista, è rancoroso e non dimentica, sta lavorando alla rivincita».

L’alluvione porta voti o li toglie alla sinistra?
«Uno studio dell’Imperial College di Londra ha dimostrato che il cambiamento climatico c’entra poco con il disastro, che è dovuto soprattutto all’incuria del territorio. I fiumi esondati sono gli stessi che avevano rotto gli argini nel 2019. La Schlein era assessore perla transizione ecologica e le politiche sul clima: cosa ha fatto? Nulla, zero spaccato. Ora guida la protesta dicendo che non ci sono aiuti, ma i romagnoli aspettano ancora tutti quelli per il 2019. Stessi fiumi. Intanto la giunta inaugurava ciclabili sugli argini dei fiumi, come a Castel Bolognese, dove le acque hanno sommerso la pista dieci giorni dopo la sua apertura».

Perché non è stato fatto nulla per mettere in sicurezza il territorio?
«Lo hanno sacrificato sull’altare dell’ideologismo ambientalista, quello di Ultima Generazione. Sono convinti che la natura si governi da sé. In Emilia se togli gli alberi dai fiumi ti becchi il penale. Gli alvei sono pieni di terra, gli argini sono lasciati in pasto alle nutrie. I dem qui sono come Timmermans in Europa, fuori dalla realtà, impediscono all’uomo di intervenire sul territorio, la loro ideologia verde si traduce in ostilità all’uomo, al contadino e ai suoi interventi. Per loro è una specie di religione. E la Schlein è la loro sacerdotessa».