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Giorgia Meloni, il mito del "pizzagate" e la realtà dell'Africa

di Luigi Di Gregorio domenica 24 settembre 2023

3' di lettura

A quanto pare, la cena del presidente del Consiglio con la figlia, anziché con Biden, ha fatto più notizia del suo stesso intervento all’Assemblea dell’Onu. Tra i numerosi commenti a questa sorta di mini pizzagate nostrano, abbiamo Matteo Renzi che apre il Riformista titolando «L’Onu che pizza» (con tanto di fotomontaggio) e nel suo editoriale parla di «una premier che va per pizzerie», o Lucia Annunziata che sostiene, nel suo commento su La Stampa («La politica in pizzeria»), che la cena disertata sarebbe l’immagine dell’emarginazione dell’Italia, anche se più avanti dirà che si è trattato di un vertice di poco peso, date le assenze di Xi Jinping, Modi, Sunak e Macron. Intendiamoci, la visibilità della “questione pizza” non deve sorprendere nessuno. Il trade off tra ciò che è importante e ciò che è interessante per il pubblico è una legge ferrea dei mass media. Lo riassume bene, tra gli altri, Mark Zuckerberg quando dice che per molte persone «la morte di uno scoiattolo davanti casa può essere più interessante della morte di una persona in Africa».

Interesse e curiosità spesso determinano la notiziabilità di un fatto molto più della sua importanza. D’altronde, quanti italiani ricordano quando Draghi “dialogò” con un Pavone in Portogallo durante la conferenza stampa del vertice Ue-India? Presumibilmente parecchi. E quanti italiani ricordano una sola cosa “importante” detta da Draghi in quell’occasione? Nessuno. Perché i media hanno dato risalto alle battute rivolte al pavone, non certo alle cose importanti. Tuttavia, anche se non coperte dai media, le cose importanti restano e definiscono il reale. E il reale ci dice che viviamo una fase delicatissima e inedita, tale per cui, come dice il presidente Mattarella, «le regole di Dublino sono preistoria», perché il contesto internazionale si è completamente stravolto.

I movimenti record attuali derivano da trasformazioni profonde nella demografia, nei sistemi politici e nei sistemi economici africani, e non c’è alcun Paese europeo in grado di affrontare, da solo, gli effetti di questi processi. Le previsioni del Fondo Monetario Internazionale sull’andamento del Pil per il 2023 dicono che diversi Paesi subsahariani avranno una crescita importante, fino all’8%. La stessa area, tuttavia, sta vivendo un boom demografico impressionante: a titolo di esempio, si pensi che la Nigeria oggi conta 213 milioni di abitanti, nel 2050 saranno 430milioni (di cui oltre 150 sotto la soglia di povertà). Oggi, nel mondo, 1 persona su 8 vive in Africa. Nel 2050, la proiezione dell’Onu è di 1 su 4: 2,5 miliardi sui quasi 10 totali. E circa 1 miliardo dei cittadini africani sarà under 25.

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IL MONDO CHE VERRÀ

Questi pochi dati delineano una situazione molto chiara: le migrazioni raggiungeranno livelli inimmaginabili se non si interviene strutturalmente sul territorio africano. Nel breve-medio periodo, mediante accordi bilaterali tra l’Ue e i governi dei Paesi di origine e di transito, sia per ridurre le partenze e combattere i trafficanti, sia perfavorire gli accordi di riammissione per i rimpatri. Nel lungo periodo, investendoinmaniera «non predatoria» – come dice il presidente del Consiglio – per favorire la crescita e lo sviluppo di un continente che ha tutte le risorse per fronteggiare, in larga parte, la domanda interna di lavoro. Secondo un recente rapporto di Goldman Sachs, tra 50 anni il G7 potrebbe essere così composto (in ordine di grandezza economica): Cina, India, Stati Uniti, Indonesia, Nigeria, Pakistan, Egitto. Rispetto al G7 attuale, resterebbero in campo solo gli Stati Uniti, e come terza potenza mondiale.

Tutto questo accadrà solo se in Africa ci saranno stabilità istituzionale e adeguate politiche di investimento. In caso contrario, si rischia una destabilizzazione planetaria: decine e decine di milioni di giovani in fuga, Europa al collasso, tenuta democratica a rischio ovunque, anche nelle democrazie consolidate. Mi sembra decisamente una tematica da Nazioni Unite. E forse anche meritevole di saltare una cena e qualche photo opportunity. Tra importanza e curiosità del pubblico, Meloni ha scelto la prima. Direi per fortuna.

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