Un proverbio genovese dice che il buon marinaio si vede quando il mare è agitato. A giudicare dal meteo degli ultimi tre anni, Meloni se l’è cavata benissimo. È la quarta conferenza stampa di fine anno, è un inizio e una svolta. È un bilancio dell’anno passato, ma è anche la partenza fulminante di un rivoluzionario 2026 che in pochi giorni ha visto cadere il dittatore del Venezuela e profilarsi all’orizzonte il crollo del regime in Iran. Quali sono gli elementi nuovi e di continuità?
Meloni ha consolidato una strategia politica che anno dopo anno ha aggiustato la rotta, senza inseguire utopie e scomporsi di fronte alle difficoltà, la cifra complessiva è sì quella di un esecutivo stabile (il più saldo in Europa) ma soprattutto quella di un governo che ha programmato un percorso di legislatura, sia nella politica interna che negli affari esteri, concepiti non più come due elementi distinti, sono la stessa cosa. È un’impostazione intelligente contemporanea - che ha consentito all’Italia di superare prove impensabili, dal giudizio delle agenzie di rating alla postura nelle istituzioni internazionali, dalle misure anti-crisi alle relazioni con gli alleati. L’Italia non è una grande potenza, ma ha moltissimi pezzi da muovere sulla scacchiera, Meloni ha cercato di usarli tutti, facendo scoprire un paese virtuoso che molti non conoscevano, un mix di hard power e soft power unico, una manifattura esportatrice più forte di quella del Giappone, un patrimonio culturale che è una grande carta nelle partite diplomatiche.
L’esempio più chiaro è arrivato ieri sera dalla Casa Bianca, nella riunione dei big del petrolio sulla crisi venezuelana c’era Claudio Descalzi, numero uno di Eni. La sua presenza non è casuale, il cane a sei zampe è il campione mondiale nella scoperta di giacimenti, ha un patrimonio di conoscenze e relazioni che lo rendono unico e a Caracas gioca la sua partita per l’economia, la libertà, la democrazia e il prestigio dell’Italia. Per navigare, non serve solo il vento, bisogna sapere dove andare.