Scherzando, ma non troppo, li chiamano i “nicodemiti”, affiliati di una nuova corrente che, in occasione del referendum sulla separazione delle carriere, sarebbe nata nel Pd, ma non solo. Nel campo largo. «Il termine nicodemismo», dice Wikipedia, «indica il comportamento di chi, aderendo a un orientamento ideologico, religioso o politico, non fa pubblica professione delle sue idee, ma tende a nasconderle conformandosi esternamente alle opinioni dominanti». Chi ha questo comportamento è detto “nicodemita”, «termine», continua sempre Wikipedia, «storicamente adoperato in chiave polemica per indicare i cristiani protestanti del XVI secolo che dissimulavano la propria adesione alla fede riformata per sottrarsi a possibili persecuzioni da parte delle autorità cattoliche». L’espressione deriva da Nicodemo, il fariseo che, nel Vangelo di Giovanni di notte andava di nascosto ad ascoltare Gesù, mentre di giorno simulava una piena adesione al farisaismo.
CHI SONO
I “nicodemiti” sarebbero i tanti che, nel centrosinistra, o si sono blandamente pronunciati per il No oppure hanno preferito non dichiarare alcun orientamento, ma che, nel segreto dell’urna, voteranno Sì. Ma, appunto, solo nel segreto. Una categoria, pare molto nutrita, che va a Le motivazioni degli uni e degli altri sono diverse, ma in fondo simili. Nel caso dei “nicodemiti” politici il nodo gordiano si chiama legge elettorale. Sia che resti l’attuale, sia che sia cambiata nel senso indicato dalla maggioranza, la ricandidatura dei parlamentari che al momento siedono alla Camera dei deputati o al Senato dipende dal leader del rispettivo partito.
E visto che i leader (Elly Schlein per il Pd, Giuseppe Conte per il M5S, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni per Avs) si sono schierati per il No, esporsi per una scelta opposta significa molto probabilmente pregiudicarsi in modo definitivo la rielezione. Non è un caso, si fa notare nel Pd, che gli unici dem eletti a dichiarare una posizione differente da quella espressa dai vertici dem sono stati quelli la cui elezione non è dipesa dalla segreteria. Vedi i parlamentari europei, eletti grazie alle preferenze raccolte personalmente e non alla scelta di un leader. Pina Picierno, per esempio. E però anche Picierno un prezzo l’ha pagato, dal momento che è notizia di questi giorni che potrebbe decadere da vicepresidente del Parlamento europeo per un accordo interno ai Socialisti, grazie al quale verrebbero rinnovati i vertici istituzionali a metà legislatura.
TIMORE
Fra un anno si vota. E le liste le fa chi guida il partito. Naturale che chi, in una battaglia come questa, sceglie di schierarsi dalla parte opposta del leader di riferimento non si attira le simpatie di quest’ultimo. Non è un ragionamento che vale solo per il Pd. Anche nel M5S tanti eletti sarebbero pronti a votare Sì, ma preferiscono non dirlo. Lo stesso Conte, inizialmente, era titubante. Poi ha prevalso il calcolo politico. Stessa cosa tra i magistrati. Se vince il No, l’Anm resterà decisivo nel decidere le carriere dei togati. Vale la pena inimicarselo? Infine, nella categoria dei “nicodemiti”, ci sono quelli che erano per il Sì, poi hanno virato sul No.
TATTICA
Uno su tutti, Goffredo Bettini. Il 26 settembre 2025, al Congresso dell’Unione delle Camere penali, era stato protagonista di un intervento accorato a favore della riforma oggi oggetto del referendum. Intervento che in queste ore è tornato a girare: «Io non sono cambiato», diceva allora, «su queste idee garantiste ho vissuto tutta la mia vita politica e di carattere culturale. Alla fine nel Pd ha vinto una preoccupazione rispetto alla riforma di cadere dalla padella alla brace, cioè di portare il pm direttamente sotto un comando politico. Io questa preoccupazione non la condivido». Aveva poi parlato del padre, avvocato penalista, decisivo nel formare uno spirito garantista nel figlio, in nome dell’idea che l’imputato è la parte più debole e dunque va garantita di più. Parole commosse e sincere. Poi Bettini ha cambiato idea. Altri non l’hanno cambiata, ma hanno preferito tenersela per sé.