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Anche Bossi capì l'importanza di Roma

Nei comizi il Senatùr ci andava pesante ma che al tavolo della politica sapeva trattare per portare a casa i risultati promessi al suo popolo
di Francesco Storace sabato 21 marzo 2026

3' di lettura

Quel puzzo di sigaro l’ho conosciuto anche io. E con la mano che disegnava un cerchio nell’aria. Un ragionatore, Umberto Bossi, che nei comizi ci andava pesante ma che al tavolo della politica sapeva trattare per portare a casa i risultati promessi al suo popolo. Ci “trattai” anche io. Fu al tempo della devolution, la sfortunata riforma della Costituzione che poi si fermò: probabilmente era troppo presto. C’erano musi lunghi al governo, e trasparivano. Berlusconi era il capo dell’esecutivo - parliamo degli anni tra il 2003 e il 2005 se la memoria non ci inganna - e quella riforma, un federalismo molto spinto, trovava resistenze. A partire da Alleanza Nazionale e certo Fini non lo mandava a dire.

La devolution- un massiccio trasferimento di poteri dallo Stato alle regioninon poteva essere digerita così. E il presidente di An voleva un segnale chiaro anche in favore di Roma, la Capitale, che doveva finalmente entrare in Costituzione col suo rango. Fini disse a Bossi, «devi parlare con Storace per Roma». Capirai, l’inventore di “Roma ladrona” a confronto con il presidente della regione della Capitale, il Lazio.

Ci vedemmo e parlammo. Lui, Umberto, disse: «Che cosa vuoi?». E io risposi con un’altra domanda: «Solo Roma non può essere federale?». Da lì Bossi smise di parlare di Roma ladrona - io obiettavo con il mio slogan preferito “Roma padrona del suo destino”, semmai - e accettò di discutere dei poteri legislativi da conferire alla Capitale, doveva portare a casa il risultato che si era prefissato. Scrivemmo il testo e poi la stretta di mano.

La riforma costituzionale richiedeva votazioni ripetute e compatte. Aveva capito che inserire Roma Capitale nella riforma - ovviamente un principio, poi avrebbero dovuto esserci altre battaglie per l’attuazione - consolidava il consenso dell’area post-missina, evitava fratture interne, rendeva politicamente votabile l’intero pacchetto. Fu il trionfo della politica, ognuno poteva esibire un trofeo, ad An bastava anche il richiamo all’unità nazionale e la Capitale lo suggellava solennemente. Bossi regalava il federalismo ai suoi sostenitori.

Al referendum Bossi si spese anche per spiegare che pure Roma Capitale avrebbe beneficiato della riforma, cercando di mostrare che non era solo una “vittoria del Nord”. Era un tentativo di rassicurare gli elettori centrali e moderati. Quel dialogo preteso da Fini tra me e il capo della Lega e le sue conclusioni servivano a dimostrare la volontà di sciogliere in seno alla maggioranza di centrodestra un nodo che rischiava di far saltare tutta la discussione e, chissà, forse anche lo stesso governo. Non fu facile perché Bossi, all’inizio, si oppose apertamente all’inserimento di norme su Roma Capitale. La sua critica era sul “premio” alla Capitale con risorse e poteri speciali che - nella sua visione - avrebbero potuto ridurre vantaggi per gli enti locali settentrionali o per la sua Padania. Arrivò persino a preconizzare l’istituzione di vicecapitali…

Fini (allora vicepresidente del Consiglio) svolse una funzione importante dentro la coalizione, difendendo l’inserimento della norma su Roma Capitale, spiegando che essa non indeboliva l’unità della coalizione e faceva parte del pacchetto complessivo di riforme varate dal governo. Da fuori, dall’avamposto della regione, nel frattempo io “bombardavo” sulla questione dei poteri di Roma sottolineando la necessità di trattare una modifica costituzionale tenendo conto delle competenze tra Stato, Regione e Comune di Roma.

Il successivo referendum non fu spiegato bene, ma comunque fece scuola. Se oggi si discute di nuovo dei poteri costituzionali della Capitale fu proprio per quel primo tentativo di riforma. Bossi lo comprese prima di altri, anche se doveva tenere a bada i suoi. E capì anche che sia Fini con An che io con la Regione Lazio non potevamo semplicemente assistere alla tavola che imbandiva lui. Eh sì, la politica la conosceva bene, il Senatùr…  

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