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Il "No" vince e loro esultano: si tengono la mala-giustizia (e il governo Meloni)

lunedì 23 marzo 2026

3' di lettura

Cosa resterà agli italiani dopo la vittoria del "No"al referendum sulla giustizia? I calici di champagne vuoti dei membri dell'Associazione nazionale magistrati, che da Napoli a Milano hanno brindato al successo tra lacrime e cori "chi non salta Meloni è". Qualcuno se l'è presa addirittura con la collega Annalisa Imparato, colpevole di essersi espressa a favore del Sì. Roba da purghe o quasi. Questo per comprendere da che parte stia la "giustizia giusta".

Il Paese, per dirla con Nicolò Zanon, "è spaccato non sulla Costituzione, sulla quale tutti siamo solidali e che prevede dei meccanismi per essere riformata", ma "sul sentimento che si ha nei confronti della magistratura. Io credo che da domani bisognerà cercare di rimettere insieme le eventuali macerie che questa campagna così aspra ha lasciato". Secondo il presidente del Comitato Sì Riforma, l'Anm, il sindacato interno delle toghe, ormai "si è costituita davvero come un soggetto politico a tutto tondo e forse da domani saranno proprio loro a dover dire qualcosa per ricostruire il rapporto di fiducia nei confronti di tutti i cittadini italiani, non soltanto di una parte. L'ordine giudiziario è una colonna portante nella nostra società, ci auguriamo che la situazione possa ricomporsi fortemente nelle prossime settimane". 

L'unico dato davvero positivo di questa tornata elettorale è l'affluenza record, che sfiora il 59%, paragonabile a una tornata amministrativa se non addirittura a elezioni politiche. Il dato però è pompato dalla chiamata alle armi in regioni come Toscana ed Emilia Romagna, che hanno trainato il "No", e alla mobilitazione dei più giovani, da più parti definiti "il booster" di questo risultato. Si tratterà di capire se questo trend si ripeterà anche per il voto per Palazzo Chigi: non è scontato. 

Non cambierà nulla nel complesso meccanismo della giustizia italiana. Non i rapporti con la politica, non il peso di quest'ultima nelle correnti delle toghe e nella loro rappresentanza al Csm. Nel giorno delle dimissioni del presidente Cesare Parodi per "motivi strettamente personali", l'Associazione nazionale magistrati tira un sospiro di sollievo e si prepara a sfoderare i muscoli. "Ha vinto la Costituzione", recita una nota della Giunta esecutiva centrale: "Oggi è un bel giorno per il nostro Paese. Non per la magistratura, ma per tutte le cittadine e i cittadini. Questo risultato tuttavia non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Abbiamo contribuito a preservare l’autonomia e l’indipendenza della giurisdizione, proteggendo la Costituzione. I cittadini hanno democraticamente confermato la bontà delle nostre scelte e delle nostre indicazioni sui problemi reali della giustizia".  Viene il sospetto che il voto sia stato soprattutto politico, più contro Meloni e il governo che nel merito delle questioni, assai tecniche. Capita in quasi tutti i referendum di questo tipo, ma in questo caso il clima è stato particolarmente pesante e irrespirabile. I riferimenti al fascismo e al rischio-dittatura, ricorrenti, hanno infatti inquinato e non poco il voto. 

Le toghe a Napoli hanno cantato Bella ciao, come fossero usciti da una guerra. Il loro capo, il procuratore Nicola Gratteri nei giorni scorsi aveva detto ai giornalisti del Foglio che avevano sottolineato i suoi sfondoni: "Faremo i conti". Tira una brutta aria, altro che "Liberazione". Lui stasera festeggerà, insieme a Silvia Albano capo di Magistratura democratica, a Fiorella Mannoia, Gad Lerner, Tomaso Montanari, Pif, Luciana Littizzetto, Ficarra e Picone, Elio Germano. Domani, il resto degli italiani si ritroverà però con la stessa (mala)giustizia e lo stesso governo. Meloni infatti non si dimetterà, come promesso e come logico. Perché in un Paese normale i governi si cambiano dopo le elezioni. Non in piazza, non nell'aula di un tribunale.

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