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Scontro Trump-Meloni, le traveggole di Repubblica: "Mai così in basso nemmeno a Sigonella"

mercoledì 15 aprile 2026

2' di lettura

In redazione a Repubblica sembrano aver accolto lo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni con un misto di entusiasmo e terrorismo psicologico. E in fondo, considerando da dove proviene la predica, i due atteggiamenti combaciano alla perfezione. 

Il quotidiano diretto da Mario Orfeo affida "l'analisi" della vicenda a pagina 2 a Francesco Bei, e i toni sono apocalittici già a partire dal titolo: "Il ponte è crollato", con la premier "vittima del suo camaleontismo". Di fatto, una posizione più vicina a quella di Giuseppe Conte che alle parole di Elly Schlein.

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La riflessione parte col botto: secondo Bei "mai prima d'ora i rapporti tra Italia e Stati Uniti erano finiti così in basso, nemmeno con la crisi di Sigonella si era arrivati all'insulto personale verso un presidente del Consiglio alleato (per non parlare del Papa)". Si finge di scordare che all'epoca dei fatti, nel 1985, oltre al "frontale" tra l'allora premier Bettino Craxi e il presidente americano Ronald Reagan si arrivò, banalmente ma concretamente, ai "mitra spianati", letteralmente sull'orlo della tragedia. Ma vabbè.

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Oggi Repubblica riconosce che già in passato, in realtà, Meloni aveva preso le distanze da Trump anche se in  modo molto diplomatico: "Dai dazi alla Groenlandia, dal rifiuto di entrare a pieno titolo nel Board di Gaza alle critiche - seppur blande - per la guerra in Iran, la distanza tra Roma e Washington negli ultimi mesi era aumentata vistosamente". Alla faccia della "premier succube della Casa Bianca", come recitava la vulgata propalata anche da Rep.

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L'accusa che rivolge il quotidiano di riferimento del mondo progressista a Meloni è quella di aver "continuato a tenere il piede in due staffe, cercando di conciliare, con uno spericolato esercizio di camaleontismo politico, posizioni sempre più divergenti". Forse tifavano per lo strappo, e ora contestano a Palazzo Chigi di averci condannato alla "irrilevanza". 

Non può mancare l'elogio a Emmanuel Macron, Alexander Merz e Keir Starmer, leader di Francia, Germania e Inghilterra, promossi perché "dalla difesa comune al Medioriente hanno preso l'iniziativa, nella consapevolezza, si direbbe 'storica', che l'Europa è chiamata a stare in piedi da sola", scrive Bei. E pensare che fino a ieri tutti, ma proprio tutti, contestavano ai leader del Vecchio continente una sostanziale ignavia. "Il risultato non voluto - si conclude il commento - è che, nel giro di 48 ore, il peso specifico di Meloni in Europa è calato drammaticamente, a causa di un doppio fattore: da un lato, la sconfitta di Orban e la lite con Trump la privano della ragione per cui, ogni tanto, a Bruxelles si guardava a Roma pensando 'Giorgia, parlaci tu'. Dall'altro, la sconfitta al referendum e la campanella dell'ultimo anno a Palazzo Chigi, rendono più debole l'altro pilastro della credibilità meloniana, la stabilità del governo". A Repubblica e alla sinistra ora non resta che un ultimo sforzo: gufare, gufare ancora. 

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