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Meloni a Parigi, e intanto Schlein... Così ci guadagnano tutte e due

di Elisa Calessi sabato 18 aprile 2026

3' di lettura

Una a Parigi, l’altra a Barcellona. Mille chilometri di distanza, due città europee. È il venerdì che ha segnato, con perfetta simmetria, l’agenda delle due donne-leader del Paese, Giorgia Meloni e Elly Schlein, riproponendo una polarizzazione che fa comodo a entrambe.

La fotografia di ieri racconta molto di quello che sta accadendo: la premier a Parigi per partecipare al vertice, organizzato da Francia e Regno Unito, sullo stretto di Hormuz, Schlein a Barcellona per parlare al Global Progressive Mobilisation, in programma ieri e oggi nella capitale della Catalogna. Evento a cui partecipano i progressisti di tutto il mondo e dove questa mattina la segretaria dem interverrà in un panel dal titolo Freedom Deal: securing Europe Independence in climate, energy, digital and defence policy', insieme a Mohammed Chahim, del Partito Laburista olandese e la vicepresidente esecutiva della Commissione Ue, Teresa Ribera. Per Meloni un impegno istituzionale che segna una piccola svolta nella strategia di politica estera del governo italiano, con la scelta - dopo gli schiaffi di Trump - di stringere i rapporti con i “volenterosi”. Per Schlein è un modo per entrare innanzitutto nella foto dei leader progressisti di tutto il mondo. Ma anche un’occasione per mandare un messaggio alle cancellerie europee, per rassicurarle, per consegnare un’immagine di affidabilità. Quella che Conte rivendica per sé, forte dell’esperienza già fatta a Palazzo Chigi.

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La politica estera, si sa, è l’anello debole del centrosinistra. In tanti, fuori dai confini italiani, si chiedono cosa accadrebbe se si insediasse un governo di centrosinistra. Cosa accadrebbe con l’Ucraina, con Israele, con gli Usa, rispetto alla Difesa europea. Le differenze ancora non sono state appianate.

Ma la presenza di Schlein a questa sorta di nuova Internazionale, promossa da Pedro Sanchez, uno dei pochi premier socialisti che governano in Europa, è un modo per dire che il centrosinistra italiano, il Pd, non è un’anomalia, ma è in buona compagnia con partiti che governano. Dopo anni in cui ha provato a riavvicinare il Pd alle piazze, ora è tempo di fare il processo inverso, e portare il Pd nelle stanze dei bottoni.

Poi c’è quella simmetria, casuale, ma evocativa, che rafforza le due. La polarizzazione Meloni/Schlein, infatti, fa comodo a entrambe. Aiuta la premier, perché a Palazzo Chigi si è convinti di poter vincere più facilmente se la candidata premier è la segretaria del Pd. Ma aiuta anche Schlein perché l’essere considerata l’interlocutore dell’opposizione le dà un vantaggio nella partita ancora aperta sulla premiership.

Senza contare che più la sfida è percepita tra loro due, più se ne avvantaggiano i partiti-guida della coalizione, ossia FdI da una parte e Pd dall’altra. Peraltro, più si polarizza la sfida, più si percepisce che la partita è tra Meloni e Schlein, più è rafforzato il fronte di chi le vorrebbe evitare, dal momento che la scelta naturale è che a guidare la coalizione sia la leader del partito principale. Ieri, a sostenere questa tesi, si è aggiunto Clemente Mastella: «Fare le primarie», ha detto a Un giorno da Pecora, «porta male». E soprattutto c’è un fattore decisivo ancora sconosciuto: la legge elettorale.

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