Chi tace, non acconsente. Non è neanche metà mattina, quando le agenzie di stampa rilanciano l’intervista rilasciata da Giuseppe Conte al Corriere della Sera, ieri. «Le primarie sono il modo più efficace per indicare il leader della coalizione, ma solo dopo aver condiviso un programma comune», torna a precisare il leader di M5S. Una mano tesa? Una proposta? Un toc toc alla porta dei presunti alleati? Un diktat? Qualunque cosa fosse, è stata ignorata dai destinatari del campo largo. Solo Carlo Calenda, che al momento è fuori dal perimetro della sinistra, l’ha commentata, ma unicamente per insultare l’ex premier. «La sua essenza spirituale e politica? Ndo cojo, cojo» ha chiosato il capo di Azione. Sì va bene, era domenica, ma la spiegazione non sta nel giorno di festa. Saranno tutti d’accordo, a sinistra, che ora è il momento di scrivere il programma, come chiunque ripete. La realtà dei fatti tuttavia è che, ben prima di scrivere la prima parola di questa sorta di riedizione delle tavole di Mosé, leader e leaderini del centrosinistra hanno già iniziato a sfidarsi tra di loro; e non per far prevalere le rispettive idee, ma per prevalere a livello personale. Ignorare Conte per non fargli da cassa di risonanza è l’ordine di scuderia nel Pd, in Avs, in Italia Viva. Non è che siccome Giuseppi ha fatto un libro pre-elettorale, Una nuova primavera (Marsilio), gli altri si prestano a fargli la promozione. Tanto più che l’avvocato del popolo viaggia al ritmo di due interviste al giorno; ieri era anche da Fabio Fazio. E allora, se la suoni e se la canti da solo, che poi è la cosa che gli dà più soddisfazione. Altro che programma da scrivere. Nel centrosinistra è in corso una partita di scacchi.
Conte vuole le primarie perché ha capito che stavolta nessuno gli consegnerà le chiavi di Palazzo Chigi, telefonandogli mentre sta in spiaggia, come fece Luigi Di Maio, con il quale Giuseppi è da tempo in rotta totale, nel 2018, a premiare la prima volta in cui l’avvocato si degnò di votare Cinquestelle. L’unica via adesso passa per una designazione delle urne. Solo che il Pd non è tanto perla quale. Un po’ perché sono parecchi quelli che non gradiscono Elly Schlein al governo, e per tutti loro le primarie costituiscono un’alternativa a perdere, comunque vadano, come finire dalla padella nella brace. Molto perché in casa dem ci si inizia a rendere conto che in ballo non ci sarebbe solo Palazzo Chigi, mala cosiddetta Ditta, come la chiama Pierluigi Bersani.
Le primarie sono una sorta di opa di Conte sul Pd. Se Giuseppi infatti batte Elly con un partito che è la metà di quello della rivale, si prende tutto il piatto. Lo sanno i dem e cominciano a capirlo anche dalle parti di Alleanza Verdi e Sinistra, che in parte è il competitor di M5S come base elettorale. Non a caso gli altrimenti loquaci Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni sul tema fanno come le famose scimmiette: non vedono, non sentono, non parlano. Quindi il leader di M5S parla e il Pd tace, ma è un silenzio che parla: guidiamo noi, le regole non le detti tu, dicono le bocche cucite dei dem, che non vogliono mettere a rischio la conduzione della coalizione con un voto popolare. Il ribaltone subito dalle gerarchie del Nazareno con l’elezione di Schlein nelle primarie di partito ha lasciato il segno e nessuno vuole rischiare un bis con Conte. Siccome però è stato il Pd a inventare le primarie, non può rinnegarle ufficialmente; quindi lascia che il tempo scorra, parla di programma da scrivere, schiera i suoi intellettuali e le sue penne militanti per spiegare che non è il momento di persone ma di idee.
Il gioco del silenzio vuole logorare il leader M5S, da sempre e per sempre prima rivale e poi eventuale alleato. Si prende tempo con la scusa di scrivere il programma, per poi accorgersi che non c’è più tempo per le primarie.L’avvocato del popolo ha mangiato la foglia e non vuol farsi fregare. Da qui l’apertura a Matteo Renzi nel campo largo («c’è posto per lui, se condividerà il programma») che suona come un segno di debolezza. Con una riscrittura inedita della storia, visto che quel «non è stato lui a defenestrarmi da Chigi ma Mario Draghi, che si è mosso con ambienti finanziari italiani e stranieri», suona come uno scordiamoci il passato rivolto al leader di Italia Viva. Giuseppi sa che l’ex rottamatore vuole le primarie per nascondersi dietro un candidato, Silvia Salis meglio ma anche altri, che gli consenta di trattare più seggi con il Pd e gli propone un’alleanza di scopo.Quanto a lei, la segretaria dem, al solito è uno dei problemi del suo partito. Donna che ha il difetto della coerenza, è forse la sola tra i suoi davvero favorevole all’incoronazione plebiscitaria dell’anti-Meloni del campo largo. Lo è per mettere ancora in riga i saccenti grandi vecchi dem e lo è perché i recenti sondaggi, che la vedono per la prima volta superare Conte, l’hanno convinta che può farcela. Ma la vera incognita è un’altra: la voglia di mandare a casa Meloni sarà abbastanza forte da tenere unito quel che unito non è, o il campo largo esploderà prima del voto?