Da una parte c’è il Consiglio d’Europa che a Chisinau, capitale della Moldavia, riconosce il modello italiano perla gestione dei migranti. Dall’altra ci sono i pesi massimi della sinistra nostrana che da casa pontificano sulle migrazioni, e sono gli stessi professori progressisti che governavano senza passare dalle elezioni e hanno riempito l’Italia di pendagli da forca, aumentando le morti in mare –l’equazione più partenze irregolari più morti l’hanno capita tutti tranne Pd, M5S, Avs e compagni di sventura – e gli stessi maestri hanno fatto schizzare i costi dell’accoglienza a 4 miliardi e mezzo all’anno, cifra riportata nel Def, il documento di economia e finanza. «La dichiarazione di Chisinau», ha detto Giorgia Meloni, «riconosce la legittimità di soluzioni innovative nella gestione dei flussi migratori, come gli hub di rimpatrio in Paesi terzi, sul modello avviato dall’Italia in Albania. È un risultato importante», ha aggiunto la premier, «frutto di un percorso che l’Italia ha contribuito ad aprire con coraggio e determinazione insieme al primo ministro danese Frederiksen. Quello che solo un anno fa faceva discutere», ha sottolineato Meloni, «oggi è diventato un principio condiviso tra i 46 Stati membri del Consiglio d’Europa, e dimostra ancora una volta che l’approccio italiano a una gestione ordinata dei flussi, portato avanti con serietà e coerenza dal nostro governo, è ormai diventato anche l’approccio dell’Europa». IL SUMMIT Meloni poco dopo è partita per lo Europe Gulf Forum, in Grecia (ci arriviamo a breve). Prima di atterrare all’aeroporto di Kalamata l’aereo ha dovuto sorvolare la pista cinque volte, a 10mila piedi di quota, a causa delle condizioni meteo. Torniamo all’esito di Chisinau.
«Quella che fino a ieri le opposizioni definivano una posizione isolata dell’Italia», ha detto Tommaso Foti, ministro per gli Affari europei, «ora è la linea condivisa. L’apertura del Consiglio d’Europa a nuove soluzioni per la gestione dei flussi migratori e per il rimpatrio degli stranieri condannati conferma la correttezza dell’impostazione portata avanti dal nostro governo. L’Italia», è andato avanti Foti, «oggi è un punto di riferimento per il contrasto alle frontiere e la lotta all’immigrazione illegale». Meloni, in Grecia, ha subito parlato dello stretto di Hormuz: «Siamo convinti che una soluzione sostenibile alla crisi debba poggiare su alcuni pilastri. Il primo è la riapertura, senza pedaggi o restrizioni discriminatorie, perché è dalla libertà di navigazione che passa la prosperità non solo del Mediterraneo e del Golfo, ma di tutto il mondo. L’Italia», ha proseguito la premier, «è pronta a fare la propria parte per contribuire, non appena ci saranno le condizioni, alla sicurezza della navigazione, nel solco di quanto già fatto nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano con le missioni Aspides e Atalanta». L’Europe Gulf Forum è presieduto dal greco Theodore Kyriakou, presidente di Antenna Group, editore di Repubblica, e da Fred Kempe, presidente del think tank statunitense Atlantic Council. La premier ha tenuto uno degli interventi d’apertura, come il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. «Dobbiamo assicurarci», ha affermato Meloni in un altro passaggio, «che l’Iran non possa dotarsi dell’arma nucleare e cessi di essere una minaccia nei confronti delle nazioni vicine, e non solo. Gli attacchi del regime iraniano, che sono arrivati a colpire persino Cipro e quindi l’Europa, dimostrano che un Iran dotato dell'arma nucleare, associato a una capacità missilistica ad ampio raggio, è un rischio che nessuno di noi può permettersi di correre».
A margine del Forum, Meloni ha incontrato il primo ministro del Kuwait, Sheikh Ahmad Al-Abdullah Al-Sabah, al quale ha espresso «solidarietà e sostegno per gli attacchi iraniani a Kuwait City». «Noi europei»- è proseguita l’analisi della presidente del Consiglio «non siamo stati gli unici a prendere coscienza delle nostre vulnerabilità quando gli shock hanno colpito il sistema internazionale. Se la guerra in Ucraina ha scosso anzitutto l'Europa, le tensioni che attraversano il Medio Oriente e le minacce alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz hanno posto anche le Nazioni del Golfo davanti alla necessità di confrontarsi con nuove fragilità e nuove incertezze. È quello che molti definiscono il tempo della “policrisi”: uno scenario nel quale crisi differenti, anche lontane tra loro per origine e natura, finiscono per sommarsi, amplificarsi reciprocamente e produrre effetti sempre più profondi sugli equilibri globali. Ed è proprio per questo», ha terminato, «che serve una capacità nuova di cooperazione strategica, fondata non soltanto sulla gestione delle emergenze, ma sulla condivisione di una visione di lungo periodo». L’ASSE Sul fronte migranti, Italia, Cipro, Grecia e Malta (si incontreranno di nuovo a Roma il 17 giugno) hanno redatto un comunicato congiunto «in quanto Stati Ue immediatamente esposti a flussi migratori incontrollati»: tra gli obiettivi prioritari figurano «il rafforzamento della cooperazione coi Paesi d’origine e transito, l’intensificazione della lotta contro i trafficanti di migranti, e la possibile attivazione del Regolamento Ue sulle situazioni di crisi e sulla forza maggiore».