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Venezia, l'harakiri del Pd alla bengalese: perché la città si è ribellata ai dem

di Pietro Senaldi martedì 26 maggio 2026

4' di lettura

Morti a Venezia. I leader del campo largo erano venuti tutti nella città della Biennale e del Teatro La Fenice, quello che ha boicottato la nomina a direttore d’orchestra della bacchetta di destra, Beatrice Venezi. Erano certi di imbarcare voti facili. Si sono ritrovati in braghe di tela perché la corazzata della sinistra si è rivelata una zattera, che invece di co sensi ha imbarcato acqua che ha finito per bagnare la loro spocchia, tanto che non sono riusciti a mascherare la delusione. Il sogno è terminato appena è iniziato lo spoglio e si è capito che il dubbio non era se il centrodestra sarebbe riuscito a restare in sella, ma se avrebbe vinto subito o sarebbe stato invece necessario il ballottaggio. Buona la prima: 52% a 38% per il candidato civico d’area, Simone Venturini, sul consumato mestierante dem, Andrea Martella. E chissà quando si faranno rivedere da queste parti, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Matteo Renzi e l’accoppiata Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli... Erano sicuri di vincere, a sinistra. Al referendum di due mesi fa nel capoluogo veneto il no alla riforma della giustizia aveva prevalso con dieci punti di vantaggio. L’autunno scorso le forze progressiste erano perfino riuscite a superare quelle del centrodestra, che pure aveva vinto la Regione con oltre trenta punti di distacco. Il gioco sembrava fatto dunque...

A riportare i compagni coni piedi per terra anche in Laguna è stato appunto Venturini, trentotto anni ma assessore da undici e in consiglio comunale da sedici, pupillo del sindaco uscente. Uno sconosciuto, fuori dalla Provincia, ma uno straordinario campione del territorio, re delle preferenze già alle prime elezioni vincenti di Luigi Brugnaro, che gli ha affidato un assessorato pesantissimo, che spaziava dalle politiche sociali al lavoro, dallo sviluppo economico al turismo, dalla casa alle strutture sanitarie. Di fatto, era già una sorta di sindaco. I veneziani lo sapevano benissimo e la sua netta vittoria al primo turno è una promozione per undici anni di buon governo. Il peccato della sinistra è stato sottovalutarlo e scegliere per sfidarlo un uomo d’apparato, responsabile del Pd in Veneto e in Parlamento da venticinque anni. La sconfitta è soprattutto dei dem, che lo hanno imposto all’alleanza per appuntarsi una coccarda al petto, anche se il partito è l’unico del campo largo che non esce con le ossa rotte dalle urne. M5S è stato polverizzato; non è riuscito ad arrivare al 3%. Renzi si è presentato in una coalizione di moderati che includeva quattro forze ma è rimasta largamente sotto il 2%. Avs ha quasi dimezzato il consenso di cui viene accreditata a livello nazionale nei sondaggi. Venturini ha preso solo con la sua lista, che ha abbondantemente superato il 30%, all’incirca lo stesso numero di voti dei partiti del campo largo messi insieme.

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«I sei bengalesi in lista per la sinistra e il progetto di costruire una moschea a Mestre hanno influito, aizzando la reazione dei cittadini contro la sinistra», ha commentato l’ultimo sindaco di Venezia della Prima Repubblica, Ugo Bergamo, ex senatore dell’Udc, guarda caso il primo partito a cui il giovanissimo Venturini si avvicinò. Lo aveva capito bene Libero, che qualche giorno fa ha denunciato lo strano modo dei dem di fare campagna elettorale in Laguna, con incontri organizzati con la comunità musulmana per indottrinarla a votare Pd. Posti davanti alla scelta se eleggere sindaco della città che per secoli ha difeso l’Occidente dai mori un veneziano doc o l’esponente di un partito a nuova trazione islamica, i cittadini hanno avuto pochi dubbi.

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Una tornata, quelle delle elezioni Comunali di oggi, lunedì 25 maggio, che la sinistra attendeva con bramosia: si...

Dalla Serenissima, per il centrodestra arrivano un grande ricostituente e qualche lezione da mandare a memoria, valida anche per gli avversari. È finita la favola della sinistra che sa amministrare il territorio: la classe dirigente migliore, soprattutto al Nord, ce l’ha l’attuale maggioranza e gli elettori glielo riconoscono. Tutto sta avalorizzarla, anche a costo di qualche rinuncia da parte dei big romani. È stato quello di cui è stato capace il senatore Raffaele Speranzon, il responsabile di Fdi che avrebbe potuto ambire alla poltrona di sindaco ma ha saputo lasciare andare avanti chi aveva più possibilità, e oggi può esibire davanti a Giorgia Meloni «una vittoria mondiale», come l’ha definita lui stesso. Poca ideologia, tanto pragmatismo, quintalate di spirito di squadra e zero ambizioni partitiche: questo è il cocktail che ha incoronato doge Venturini. Anche così è stato annullato l’impatto di candidati che avrebbero potuto sottrarre voti alla giunta uscente: il vannaciano Luigi Corò, il no vax Roberto Agirmo e il venetista Pierangelo Del Zotto si sono fermati tutti sotto l’uno per cento. Segno che il voto utile nel centrodestra pesa. Solo l’ultraliberista Michele Boldrin, professore di fama, ha superato con Venezia Ora il 3%, ma non gli è bastato a uscire dall’irrilevanza. Ma il voto di Venezia è anche, dopo quello della Liguria un anno e mezzo fa, una risposta dell’elettorato alle inchieste che mettono sotto processo chi governa con l’ambizione di fare. La giunta Brugnaro è sotto scacco di un’inchiesta pesante quanto dai confini nebulosi. I cittadini l’hanno già assolta.

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