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Bakkali-Ravetto, gara di insulti in aula: "Zingara, beduina", "Zocc***a"

di Michele Zaccardi mercoledì 17 giugno 2026

3' di lettura

Scontro infuocato alla Camera tra Laura Ravetto e Ouidad Bakkali. A far scoppiare la lite è stata la denuncia fatta in aula dalla deputata del Pd che ha letto gli insulti ricevuti online (oltre 13.500 commenti) sotto la foto pubblicata della sua partecipazione alla manifestazione antifascista di sabato a Roma contro la remigrazione. «Fossa comune per te e la tua famiglia; a casa zingara; la beduina ha parlato; topo di fogna; una che riproduce maranza; disinfestazione; dimmi tu ’sta mao mao; scimmia remigra con loro, maledetta; gli piace proprio farsi stuprare; farete una brutta fine; sparati; ti aprono come una mela; merda beduina sappiamo dove vivete» sono alcuni degli insulti. «Le parole sono lame» ha commentato Bakkali in Aula, alla Camera, durante l’esame del decreto Rimpatri «la violenza è reale e dagli schermi di un telefono è un attimo che divampi come un incendio estivo impossibile da spegnere. L’uso dello squadrismo organizzato sulle piattaforme, veicolato da algoritmi e chiare volontà politiche che li muovono» ha aggiunto Bakkali, «deve iniziare a preoccupare seriamente le forze democratiche, tutte. Il veleno sociale iniettato da Vannacci e dai suoi soldatini di pezza sta attecchendo nella coscienza del Paese ed è irresponsabile che non vi si ponga un argine. Serve un patto repubblicano che richiami ad abbassare i toni e stigmatizzi tutto ciò che invece sembra ormai sdoganato».

IMBARBARIMENTO
La deputata ha poi proseguito, sempre polemizzando con i vannacciani (tra cui la Ravetto): «Questa valanga di odio non può che darmi la forza per continuare a lottare contro questo imbarbarimento e contro un nascente partito, Futuro nazionale, che inneggia apertamente all’odio, al razzismo, che nega il femminicidio e tratta i diritti delle comunità Lgbtq come concessioni revocabili. Al suo fianco di sono quello di remigrazione e riconquista, manipolo guidato da Marsella che sabato minacciava di assaltare il Parlamento se impediremo ancora il loro ingresso». «È ora di prendere sul serio quello che sta attraversando il nostro Paese. Io credo in una politica che tenga unite le comunità attraverso la cura, la speranza, la legalità e la giustizia sociale. Non ho paura del vostro odio» ha concluso Bakkali, tra gli applausi e gli abbracci dei dem. Immediata la replica, sempre a Montecitorio, della deputata di Futuro nazionale Ravetto, che ha letto, elencandoli, i commenti fatti su un suo post sui social «perché sono passata con il generale Vannacci e so io da dove vengono questi insulti». Offese come «cocainomane», «zoccola», «muori».

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«Quando chiedete rispetto, dovete darlo prima» ha affermato, rivolgendosi alle opposizioni. «Invece di fare rivendicazioni personali» ha continuato la parlamentare che di recente ha lasciato la Lega per seguire il generale Vannacci «dovremmo preoccuparci delle ragazze che hanno paura di essere stuprate e che invocano un controllo dell’immigrazione irregolare». L’esponente dell’M5S, Vittoria Baldino, ha espresso solidarietà sia a Bakkali che a Ravetto.

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RESPONSABILITÀ
«Se parliamo di posizioni politiche dobbiamo assumerci la responsabilità di dire che sosteniamo una persona che dice che il reato di femminicidio è inutile e deve essere abolito» ha sottolineato Baldino riferendosi a Ravetto e alle recenti parole di Vannacci: «Aizzare il popolo, parlare contro i gay, i migranti, le donne vittime di femminicidio, alimenta l’odio e noi la paghiamo, care colleghe». «Tanti fenomeni di shitstorm sono creati da agenzie di comunicazione che hanno anche migliaia di profili fake condotti con l’intelligenza artificiale. È in vigore un regolamento europeo sulla pubblicità politica che dovrebbe valere anche in Italia, ma nel nostro Paese manca la nomina dell’agenzia che dovrebbe controllare ed erogare le sanzioni» ha ricordato Elisabetta Piccolotti di Avs. «Ci chiediamo per quale motivo la destra non voglia regolamentare i social network» ha aggiunto prima di concludere: «Crediamo che la ragione sia che hanno in mano delle tecniche di condizionamento dell’opinione pubblica molto pesanti e che vogliono continuare ad usarle».

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