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Sinistra, la faccia come il tycoon: toh, pur di infangare Meloni...

di Pietro Senaldi lunedì 22 giugno 2026

3' di lettura

Della serie, avere la faccia come il tycoon. Il centrosinistra ha passato l’ultimo anno e mezzo a dividersi sulla politica estera e ad andare d’accordo solo nell’attaccare Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti è stato più volte definito «un pericolo per la democrazia» (Elly Schlein), «il modello di una destra illiberale» (Paolo Gentiloni), «un folle irresponsabile» (Angelo Bonelli), «un sovvertitore degli equilibri internazionali di fronte al quale non si possono calare le brache» (Giuseppe Conte), «l’espressione di forze neofasciste» (Nicola Fratoianni). Un secondo prima, o dopo, i suddetti insulti, scattava inesorabile l’assimilazione tra l’inquilino della Casa Bianca e Giorgia Meloni, da cui il sillogismo: il nostro governo è mezzo fascista, pericoloso perla democrazia e autoritario.

Adesso che tra Palazzo Chigi e Washington la crisi diplomatica è evidente, l’opposizione avrebbe due opzioni. Potrebbe tirare un sospiro di sollievo e, se non rallegrarsi, assumere un alto contegno politico e supportare il governo nella sua polemica anti-trumpiana; oppure potrebbe, malignamente ma comprensibilmente dal punto di vista umano e pure con qualche giustificazione, recitare la parte di quelli del “te l’avevamo detto noi” e avanzare una qualche proposta. Naturalmente non sta accadendo nulla di tutto questo.

La sinistra più moderata - l’ex ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ha rilasciato ieri un’articolata intervista a Repubblica -manifesta preoccupazione perché «si rischia di compromettere un’alleanza strategica» e invita a «preservare i rapporti con gli Usa». Quella più estrema di Avs è sulla linea del «chi è causa del suo male, pianga se stesso», e rimprovera al governo di non aver sfasciato ogni rapporto con gli States fin da subito, tentando invece la via del dialogo.

Come si vede, alla fine Trump spacca il campo largo, più di quanto non divida la destra, tra chi invita a recuperare il dialogo e chi sostiene che The Donald andava mandato al diavolo subito. Entrambe le posizioni non sono che la prova che la perpetua sgradevolezza umana e il momento di annebbiamento strategico del presidente americano interessano l’opposizione solo perché le permettono di attaccare il governo. Come fa la stampa più anti-meloniana, che ha sostituito la critica al riarmo e alla subordinazione energetica all’America con dotte analisi su quanto è a rischio la nostra economia adesso, se per ritorsione Washington decidesse di venderci meno armi o chiuderci i rubinetti del suo gas.

Per chi è dotato di senno non è difficile capire che Guerini ha ragione quando auspica una composizione mentre la linea di Verdi e Sinistra è delirante. E non a caso, dopo aver difeso a brutto muso la posizione dell’Italia, l’indirizzo del governo pare quello di cercare di salvare capra e cavoli, visto anche che durante gli anni di Meloni a Palazzo Chigi, malgrado i dazi, il nostro export è cresciuto di oltre il 25%, collocandoci stabilmente tra i Paesi da cui gli Usa importano maggiormente.

Là dove però la critica dei riformisti dem è pelosa è quando rimproverano a Meloni di aver puntato troppo sul rapporto con gli Usa, nella speranza di fare da pontiere tra America ed Europa, mettendo in secondo piano il rafforzamento della Ue. Due precisazioni. La prima è che l’Italia non ha perso nessun treno europeo, se non altro perché esso non è partito.

Domani forse si dimetterà il primo ministro inglese, il quarto in quattro anni, Emmanuel Macron ha ancora un anno da anatra zoppa all’Eliseo e ha cambiato cinque esecutivi dal 2024 a oggi. Pedro Sanchez nei consessi internazionali non conta nulla e ha una moglie super indagata a cui la magistratura ha appena ritirato il passaporto. Il tedesco Friedrich Merz guida un papocchio solido numericamente ma politicamente fragile. In sintesi, senza di noi l’Europa non può muovere passi significativi a breve e Meloni resta l’interlocutore continentale più affidabile per Trump, ed è proprio per questo motivo che la premier viene attaccata, in quanto forte e non perché debole.

Il problema, in Europa come con gli Usa, è la postura. La sinistra è stata capace di avere un rapporto con Washington solo quando si è messa sull’attenti, fin dai tempi di Massimo D’Alema bombardiere in Serbia e alquanto distratto sull’incidente del Cermis. Quanto all’Europa, perfino Romano Prodi ci ha sempre pensati come ballerine di fila, e su quella linea ci ha tenuti. Meloni punta sull’Europa, come sugli Usa; proprio per questo non abbozza né si accontenta.

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