Il campo largo si spacca in aula sulle spese militari. Con 181 voti favorevoli, 126 contrari e 12 astenuti, la Camera ha approvato la risoluzione presentata dal centrodestra sulle comunicazioni del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Si tratta di un documento che impegna il governo “ad adottare le opportune iniziative per l’avvio della procedura relativa alla richiesta della clausola nazionale di salvaguardia in merito alle spese volte a rafforzare la resilienza del sistema energetico. E la sicurezza del relativo approvvigionamento, nei limiti complessivi dello 0,6 per cento del Pil nel periodo di riferimento, In materia di difesa, anche relative agli investimenti, nei limiti dello 0,9 per cento del Pil nel periodo di riferimento”.
Per il finanziamento delle misure, il governo è chiamato “a valutare il ricorso a diverse condizioni di finanziamento. Ivi incluse, ove ritenute complessivamente vantaggiose, quelle di cui al programma Safe (strumento di azione per la sicurezza dell'Europa, ndr). Preordinando in ogni caso in via prevalente l’utilizzo dei fondi a sistemi tecnologici difensivi e di sicurezza nazionale”.
A causa della votazione sulla risoluzione presentata dalla maggioranza, non è passato al vaglio del voto il documento presentato da Pd-M5S e Avs. Dunque, il regolamento di Montecitorio ha salvato il Partito democratico da una figuraccia. In questo modo, infatti, si è evitato di vedere sul tabellone dei voti la spaccatura dentro il Nazareno. Le dichiarazioni degli esponenti delle varie correnti dem erano state chiare al riguardo. “La risoluzione non si vota. Se si fosse votato, comunque non l’avrei sostenuta. Il testo resta non condivisibile”, aveva detto Lorenzo Guerini. Fin dalla vigilia del voto, quando il testo della risoluzione era stato diffuso, la minoranza riformista del Pd si era subito messa di traverso, chiedendo di riscriverlo.
Il responsabile esteri del Pd, Peppe Provenzano, aveva provato invece a mettere una toppa: “Abbiamo presentato una risoluzione sullo scostamento che abbiamo costruito con altre forze di opposizione. E che contiene le posizioni già più volte espresse. E formulazioni che abbiamo già votato in mozioni unitarie recentemente con tutte le forze di opposizione della nostra alleanza”. Quindi, il no al 5% del Pil per la Nato, il no “alla corsa al riarmo dei singoli Stati mentre sosteniamo la necessità di costruire una vera difesa europea". Contenuti non condivisi dall’area riformista del partito di Elly Schlein.
In aula il leader del Movimento Giuseppe Conte, scavalcando la segretaria dem, aveva detto: "Il progetto progressista significa una vera alternativa alla politica del riarmo che state perseguendo. Il Movimento 5 Stelle oggi, insieme alle altre forze che sono in questo lato di questo emiciclo, dice convintamente no al riarmo. È un no che esprime una visione completamente alternativa”. Quando i cronisti gli avevano chiesto se si trattasse di una vittoria, lui aveva risposto: “Ma no, qui si parla di politica. Non è una gara”. Soddisfatto anche Nicola Fratoianni, leader di Sinistra italiana: “Abbiamo contribuito da protagonisti a scrivere la risoluzione parlamentare unitaria” che “abbiamo voluto fortemente”.