«Vogliamo fare di più per alleggerire il carico fiscale sul ceto medio, che è poi quello che sostiene l’Italia», ha detto ieri Giorgia Meloni in una intervista a Milano Finanza. Non dubito delle sue parole, conoscendola neppure dell’impegno che ci metterà per trasformarle in fatti. Ma mi permetto di metterla in guardia: su questo terreno lei si gioca buona parte della credibilità che si è costruita in questi anni di governo, da questo dipenderà in l’esito delle prossime elezioni politiche, altro che Vannacci. In Italia la classe media è trattata come un bancomat per coprire le follie della spesa pubblica. Tra aliquote da strozzini e dodici tasse patrimoniali occulte e palesi che drenano ai privati circa cinquanta miliardi, per il ceto medio la situazione è al limite della sopportabilità, per di più senza che riceva in cambio servizi all’altezza del corrispettivo. La sinistra ci racconta la storiella che l’aumento delle imposte serve a colpire i super-ricchi e a ridistribuire benessere: è una menzogna colossale, i veri ricchi, quelli con i grandi capitali, semplicemente spostano i soldi dove il fisco è più conveniente e alla fine è il Paese a diventare complessivamente più povero.
Non può essere che il conto in proporzione più salato lo paghi sempre il ceto medio: il professionista, il piccolo commerciante o imprenditore e le loro famiglie. In Italia esistono una marea di gabelle che prosciugano i risparmi e colpiscono chi una casa se l’è sudata lavorando, eppure c’è chi in preda a un furore ideologico che odia il merito e il risparmio privato continua ad opporsi a fare respirare queste categorie di contribuenti. Un Paese moderno dovrebbe invece tagliare le tasse sul ceto medio con coraggio, se si continua a spremere chi produce non ci sarà ripresa che tenga. Qualsiasi altra ricetta si è dimostrata fallimentare, come ebbe a dire Margaret Thatcher «il problema del socialismo è che alla fine si finiscono i soldi degli altri».