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“Così è davvero difficile andare avanti” commenta sconsolata Giorgia Meloni saputo che un solerte giudice di Torino ha rimesso in libertà dopo poche ore un cittadino bengalese che aveva provato a violentare in un negozio una ragazzina di tredici anni. Ed ha ragione la premier a sentirsi un po’ Penelope, con la differenza che lei di giorno tesse una tela – quella del rigore e della sicurezza – che poi non lei ma altri, tipo il giudice torinese in questione, regolarmente disfano non si capisce a pro di chi. Il violentatore è stato scarcerato perché, a detta del Gip, si sarebbe dimostrato “collaborativo” e questo nonostante le telecamere del negozio avessero immortalato un suo precedente tentativo con un’altra ragazza.
Adesso la questione centrale non è che fine farà il maniaco, peraltro titolare di un permesso di soggiorno per “protezione speciale” (sarebbe interessante sapere da chi deve essere protetto oltre che da se stesso) bensì che fine farà il magistrato responsabile di tanta scelleratezza. E qui entriamo nel buco nero dell’autogoverno dei magistrati sulle questioni disciplinari che la riforma della giustizia bocciata dagli italiani avrebbe radicalmente cambiato. Già, perché se tutto va come è sempre è andato al giudice non succederà assolutamente nulla o giù di lì salvo poi pontificare “che questo governo non fa nulla per la sicurezza dei cittadini”.
Il fronte del no alla riforma della giustizia – e all’impunità dei magistrati che sbagliano – si impose con lo slogan “giù le mani dalla Costituzione”. Bene, noi continuiamo a pensare che sia più importante “giù le mani dalle donne, soprattutto se ragazzine”, come del resto è scritto nella Costituzione stessa, senza tentennamenti o attenuanti più o meno etniche. Qui non servono più le parole, servono fatti e servono subito su entrambi i fronti (del violentatore e del Gip dal grande cuore e poco cervello).