Non solo primarie e Ucraina. Ieri a far discutere il campo largo, con un duplice e inaspettato attacco a Elly Schlein, è stata la lettera aperta, pubblicata su Repubblica, che la segretaria del Pd ha indirizzato a Giorgia Meloni, dicendosi “disponibile” a un “dialogo” per approvare una serie di misure in tema di energia e clima. Prima Angelo Bonelli, poi Giuseppe Conte hanno preso pubblicamente le distanze dalla mano tesa offerta dalla segretaria dem alla premier. «In quattro anni Meloni sul tema climatico e energetico ha sabotato in Ue e in Italia tutte le politiche ambientali e climatiche. Dopo la marchetta elettorale sul bollo auto da Cetto La Qualunque, questa mano tesa a lavorare insieme è incomprensibile», ha detto il leader di Avs. Ancora più duro il presidente del M5S: «Oggi non ci sono le condizioni per lavorare insieme con chi, il governo Meloni, ha detto di voler fare le trivellazioni. Ritorniamo al petrolio... Adesso Meloni è meglio che vada a casa e lasci lavorare noi». E sempre da Conte è arrivato un nuovo attacco su Kiev: «Se qualcuno pensa di fare un governo progressista continuando con la stessa politica del governo Meloni di inviare armi in Ucraina, riarmare la Germania dove ci sono i neonazisti e addirittura andare a spendere 500 miliardi in armi Usa da qui al 2035, sarà impossibile».
Prima di questo doppio attacco, la giornata, in casa Pd, era stata dominata dalla voce, di cui Libero aveva dato conto due mesi fa, di una disponibilità di Giorgio Gori, ex sindaco di Bergamo ora europarlamentare del Pd, a correre come secondo candidato del Pd, in rappresentanza dell’area riformista. Quella dentro e quella fuori dal Pd. L’altro nome che gira, ma come possibile soluzione post-voto in caso di pareggio, è quello di Antonio Decaro, ex sindaco di Bari, ora presidente della Puglia. Lo scenario riguarderebbe il dopo-elezioni: Decaro, si dice, potrebbe essere il compromesso tra Schlein e Conte nel caso il centrosinistra non raggiungesse il 42%, non ci fosse una vittoria certa e dunque servisse allargare la coalizione. Certo è che la ricerca di un candidato riformista è sul tavolo. Casa Riformista di Matteo Renzi, Progetto Civico di Alessandro Onorato, Più Uno di Ernesto Ruffini avrebbero tutto l’interesse a candidare qualcuno per pesarsi.
Il leader di Italia Viva aveva sondato la sindaca di Genova, Silvia Salis, ma senza successo. Poi aveva provato con Gori. Lo statuto del Pd permette una doppia candidatura: la modifica fu fatta nel 2012 proprio per consentire a Renzi, allora sindaco di Firenze, di presentarsi alle primarie sfidando Pier Luigi Bersani.
Il problema è che, in una competizione già molto aperta tra Schlein e Conte, un altro candidato del Pd toglierebbe voti alla segretaria. È vero che poi, al secondo turno, i consensi potrebbero convergere su di lei. Ma al primo turno sarebbe un danno.
Non a caso ieri è arrivato lo stop del Nazareno. «Quando sarà finito questo lavoro sul programma», ha detto Francesco Boccia, «se saranno le primarie la scelta della coalizione, noi saremo ben felici di farle, perché il Pd è il partito delle primarie, lo abbiamo nel Dna. E il Partito Democratico avrà, come è normale che sia, un solo candidato». E si è sfilato anche Eugenio Giani, presidente della Toscana, molto vicino a Stefano Bonaccini: se ci fossero le primarie, ha detto, «starei con Elly Schlein, senza alcun dubbio. È la leader del Partito Democratico, un partito a cui si riferisce la mia comunità». Per il governatore «è la coerenza del lavoro» che «ci porta a sostenere Elly Schlein con forza anche apportando quello che è il buongoverno delle Regioni». E sulla provenienza riformista di Gori, Giani è stato netto. «Sono e sarò sempre riformista», ma «la stessa Elly Schlein» è una riformista. E freddezza, ieri, si registrava anche tra i riformisti del Pd. «Nessuno di noi vuole indebolire la segretaria di fronte a Conte», si diceva di fronte all’ipotesi Gori.
«Siamo tranquilli e determinati per Prato», diceva un altro di loro, facendo riferimento all’appuntamento convocato per il 26 settembre, dove tornerà a riunirsi l’area che fa riferimento a Lorenzo Guerini. Renzi scoprirà le carte alla Leopolda, ai primi di ottobre. Deve tenere insieme due esigenze: presidiare l’area riformista e non danneggiare Schlein, con cui ha stretto un patto di ferro. Per questo, ieri, rispetto a una candidatura di Gori, è stato molto cauto: «Stimo moltissimo Giorgio, abbiamo cominciato insieme. Ha fatto benissimo il sindaco e sta facendo molto bene il parlamentare europeo», ha detto, definendolo «un riformista nell’animo». Allo stesso tempo, ha osservato, essendo nel Pd, dovrà rispettare le regole del partito: «Io non mi metterei adesso ad andare a discutere in casa degli altri».
Come dire: se Schlein non vuole, non si fa. Se Salis non si convincerà, l’ipotesi più probabile è che si candidi lui.