Al centro del dibattito nel corso dell'ultima puntata de L'aria che tira, su La7, la decisione del governo di porre un tetto massimo al numero di alunni stranieri nelle classi italiane. Ospite nello studio di David Parenzo c'è lo scrittore Christian Raimo, contrario alla misura. "La parola integrazione - esordisce - è una parola che non si usa quando si parla dell'insegnamento dell'italiano. Io faccio appunto volontariato in una scuoletta, in un dopo scuola. L'altro giorno mi è capitato un bambino che era appena arrivato in Italia, bengalese, e quindi abbiamo provato a lavorare insieme".
A quel punto, Raimo mostra il quaderno sul quale il bimbo aveva scritto alcune parole nella sua lingua madre: "I disegni belli li ha fatti lui. Credo che avesse otto anni, nove anni. Io ho scritto topo. Lui invece ha scritto Indur, ed effettivamente ho imparato, non lo sapevo, che topo in bengalese si dice così". Ma dove vuole arrivare Raimo con questo discorso? Perché sta mostrando quel quadernino? Lo stesso Parenzo sembra non capirlo e riporta l'attenzione sul tema principale, ovvero l'importanza, per questi bambini, di imparare la lingua italiana: "Però è importante sapere che si dice anche topo in italiano, no?"
Raimo va dritto: "Però il fatto che noi riusciamo a parlare in italiano, in inglese... perché poi c'era un altro bambino che gli insegnava l'italiano e al tempo stesso parlava in inglese... Per esempio loro due riuscivano a comunicare, gli italiani e i bambini bengalesi, in una lingua che per loro non era già una lingua comune...". Ancora non si capisce dove voglia andare a parare.
Poi, all'improvviso, diventa chiarissimo: "La questione dell'insegnamento della lingua - afferma lo scrittore - è una questione che non ha a che fare né con la cittadinanza né con la razza. Perché ci sono dei bambini che non hanno la cittadinanza italiana, che sanno benissimo la lingua italiana. Ci sono dei bambini che hanno la cittadinanza italiana che sanno male l'italiano. Allora parlare di minoranza italiana, persone bambini che sanno poco male bene l'italiano e soprattutto bianchi e neri. A me vengono i brividi". Il lungo sproloquio assume finalmente un significato: quello che lo scrittore voleva dire fin dall'inizio è che il governo è razzista. Ma allora non poteva dirlo subito? Era davvero necessario mettere in mezzo un bambino del Bangladesh? Mostrare il suo quaderno?
Non solo. Raimo evidentemente non si è reso conto - o non ha voluto rendersi conto - che le sue parole sono assolutamente in linea con quelle di Valditara. "Il criterio è puramente linguistico", ha detto il ministro. Il quale è ben consapevole del fatto che cittadinanza e razza non abbiano nulla a che vedere con l'insegnamento della lingua. Ma Raimo tutto ciò lo ha ignorato. E ha preferito, così come tanti altri a sinistra, strumentalizzare la vicenda.
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