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Il campo largo dirotta su Cuba, soccorso rosso al regime comunista: "Trump è feroce, noi il suo argine"

di Pietro Senaldi giovedì 24 settembre 2026

4' di lettura

Quel che Vladimir Putin divide, Raul Castro può rabberciare. Malgrado le rassicurazioni di facciata di Elly Schlein («troveremo l’accordo su tutto»), la politica estera è il terreno dell’inconciliabilità tra M5S e il Pd. Non è solo questione di far venire meno gli aiuti all’Ucraina, ma anche di non finanziare il piano di riarmo della Ue: Giuseppe Conte schiaccia i dem contro Bruxelles e questa è una grossa grana per il partito che si vanta di essere il più europeista dello Stivale. Che fare dunque? La strategia è sempre la stessa: prendere tempo, come si sta facendo da sei mesi, salvo continuare a incalzare Giorgia Meloni perché porti il Paese al voto quanto prima. Ma ecco che ieri è scattato il diversivo: andiamo tutti a Cuba, “Dove conta esserci”, recita lo slogan coniato alla bisogna. Sole, mare rhum e un po’ di sana dittatura, ecco la ricetta per andare d’accordo. Così, sei parlamentari dem, due grillini e due consiglieri regionali di Avs sono decollati alla volta de L’Avana. Portano con loro mezza tonnellata di farmaci e generi alimentari. Una goccia nell’Oceano, ma conta il gesto. La comitiva sente che sta salvando il mondo, un pugno di cubani avrà ristoro per un po’ e mezza Italia sarà felice di essersi liberata per qualche giorno del gruppetto di inutili.

Alla sinistra è chiesta una dichiarazione di anti-putinismo, loro rispondono con l’anti-trumpismo, che come il nero fa su tutto. Certo, si può escludere che Donald si faccia un cruccio della spedizione e tenga il qualche conto gli autospediti; e non per il fatto che il presidente Usa è per natura poco empatico, ma perché i gitanti nostrani non contano nulla. Quel che conta però è far parlare di sé e Cuba è tornata maledettamente di moda dopo la disavventura che lì ha visto protagonista Alessandro Di Battista, che già ha annunciato che vuole ritornarci; e questo fa davvero piacere a tutti, perché significa che l’ex grillino sente di stare meglio.
Riusciranno i nostri eroi ad aprire una breccia nell’embargo all’isola, che in realtà Washington ha introdotto nel 1960 ed è stato confermato da tutti i presidenti, repubblicani e democratici? Certamente no, basta l’elenco dei nomi dei partecipanti a capirlo: Laura Boldrini, Marco Tarquinio, Sara Ferrari, Sandro Ruotolo, Rachele Scarpa e la marocchina Ouidad Bakkali in quota dem, Andrea Quartini e Dario Carotenuto per i Cinque Stelle, Carlo Cunegato e Serena Candia per Verdi e Sinistra. C’è qualcuno di pensante che affiderebbe le proprie sorti a una tale combriccola? La situazione di Cuba è grave, con l’atterraggio degli onorevoli nostrani possiamo aggiungere a questo punto il classico “ma non (più) seria”.

Ci consola che stavolta il viaggio non è a nostre spese. La missione infatti è organizzata da Arci, Cgil, Associazione Italia-Cuba, Arcs, Aoi, Rete Pace e Disarmo, più gli ineffabili partigiani dell’Anpi, che avrebbero raccolto 380mila euro per finanziarla, coinvolgendo anche imprese private. Se si considera che il danno all’isola, da che Trump ha rinforzato l’embargo, con dazi mirati su chi fornisce petrolio all’isola, divieto di turismo per gli americani e una stretta sulle aziende controllate dai militari del regime, è stato di otto miliardi di dollari l’anno, si capisce bene la portata dell’iniziativa. I Che Guevara de noi artri vanno giù soprattutto per far vedere che esistono. Ma anche questa missione è destinata al fallimento, e non solo perché il viaggio coincide temporalmente con lo storico incontro a Washington tra il presidente cinese Xi Jinping e Trump, che quindi ha ben altro di cui occuparsi. Una svista da parte di Arci, Anpi e compagni o il tentativo di oscurare i due più potenti uomini del mondo? Chi può dirlo, dati i soggetti in causa...

Basta una mezza frase pronunciata davanti alle Nazioni Unite da Marco Rubio, cubano d’origine, per archiviare i viaggiatori prima ancora che arrivino.
«Penso che l’isola abbia un’occasione d’oro per intraprendere un percorso irreversibile verso un futuro migliore e gli Usa sono pronti a dare il loro contributo, se troveranno collaborazione», ha dichiarato il segretario di Stato americano. «La rivoluzione è fallita, è il momento del cambiamento», ha concluso.
In sintesi: l’eden caraibico del sogno comunista che fu è al collasso, per l’embargo certo, ma soprattutto perché esso si è combinato con problemi strutturali del regime, causati da un’economia troppo statalizzata, un’agricoltura del tutto improduttiva e una rigidità monetaria che impedisce l’export e crea svalutazione continua. Il regime poi è ormai anche cronologicamente al capolinea, avendo Raul Castro, che ha preso il posto di Fidel, ormai 95 anni. I cubani, per quanto indottrinati da sessant’anni dalla dittatura, lo hanno capito, tant’è che la popolazione è passata in cinque anni da undici milioni a nove milioni e mezzo, a causa del forte invecchiamento ma soprattutto dell’emigrazione di massa. I nostri gitanti invece pensano ancora che sia tutta colpa dell’America.

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