Francesco, detto Frank, Matano dice una cosa serissima facendo il mestiere di chi, per definizione, dovrebbe stupirci soprattutto con cose divertenti: «Con la vittoria delle destre, con Trump, si può scherzare di più, si possono dire cose che per il movimento woke erano indicibili». Parole che raccontano meglio di molti convegni lo stato della comicità italiana. Ma sono soprattutto parole che spiegano il nuovo galateo culturale che permette «di ridere di tutto». L’attore, 37 anni, diventato da poco padre del piccolo Marcello con la compagna Ylenia Azzurretti, torna al cinema con Quasi vera, diretto da Fausto Brizzi, interpretando la parte di un programmatore in crisi che crea con l’IA una sensualissima influencer virtuale (Taylor Mega). La creatura digitale diventa un fenomeno mondiale, con tutte le conseguenze facilmente immaginabili in una società nella quale essere reali è ormai quasi uno svantaggio competitivo. Ma la frase più interessante dell’intervista concessa da Matano al Corriere della Sera non riguarda l’intelligenza artificiale. Riguarda quella naturale, o almeno ciò che ne resta quando entra in contatto con la politica. Il comico casertano, che sul Referendum della Giustizia si era schierato apertamente a favore del “No” anche con video ironici velenosi contro il centrodestra, adesso registra un’evidenza: prendere in giro la destra è più semplice.
Non perché la destra offra necessariamente più materiale, ma perché costituisce un bersaglio culturalmente autorizzato. Si possono imitare i politici di primo piano e l’intero elettorato conservatore. È satira, ci viene spiegato. È libertà artistica. Provate invece a rivolgere lo stesso trattamento ai simboli della sinistra contemporanea. Non serve neppure fare la battuta: basta annunciarne l’intenzione. Immediatamente si attiva il pronto soccorso morale. Arrivano l’accusa di sessismo, il sospetto di omofobia, l’ombra del razzismo, la denuncia del body shaming, la lezione sul privilegio e, naturalmente, l’immancabile richiesta di contestualizzare. La “barzelletta” viene sottoposta a una specie di controllo doganale. Se non possiede tutti i certificati ideologici richiesti, viene sequestrata. Non significa che ogni volgarità debba diventare automaticamente satira, né che qualsiasi insulto possa essere assolto in nome della libertà d’espressione. Il problema è un altro: il metro di giudizio cambia a seconda del bersaglio. Quando si colpisce a destra, conta l’intenzione del comico. Quando si colpisce a sinistra, conta esclusivamente la percezione di chi si dichiara offeso. Nel primo caso si invita il bersaglio a non prendersi troppo sul serio. Nel secondo si convoca l’autore davanti al tribunale dei social, prima, poi davanti al giudice. La vicenda di Andrea Pucci, ritiratosi dalla partecipazione a Sanremo dopo la valanga di attacchi ricevuti, ha mostrato perfettamente il meccanismo. Prima ancora di ascoltarlo era già cominciato l’esame delle sue opinioni, delle sue frequentazioni e delle vecchie battute. Non un provino artistico, bensì un controllo di conformità politica. La premier Meloni e altri esponenti del governo avevano difeso il comico. E accusato la sinistra di avere un atteggiamento «illiberale» e di promuovere una censura mascherata da politicamente corretto. Curiosamente, la stessa severità preventiva non viene applicata a chi trasforma da anni i politici di centrodestra in caricature antropologiche. In quel caso la faziosità diventa impegno civile e la ripetitività viene promossa a resistenza democratica. La comicità progressista non deve necessariamente far ridere: spesso è sufficiente che faccia sapere di essere dalla parte giusta.
Matano non è un tribuno conservatore e non sembra interessato ad arruolarsi in alcuna guerra culturale. Proprio per questo la sua osservazione pesa. Svela una sproporzione. La destra esercita oggi il potere politico, ma la sinistra conserva ancora un vasto potere culturale: continua a stabilire che cosa sia elegante, quale ironia sia intelligente e quale battuta debba essere considerata inammissibile. Forse è proprio per questo che i comici scherzano più facilmente con l’esecutivo che con chi distribuisce le patenti morali. Dal governo può arrivare una replica. Dal salotto giusto dell’intellighenzia, invece, può arrivare la censura. E una risata ammessa soltanto contro una parte politica non è libertà di satira. È propaganda con le risate registrate.