A scuola non si potrà dunque andare con indosso il burqa, il velo integrale islamico, composto di tessuti disposti a strati, che copre per intero il corpo femminile, occhi compresi, consentendo alle donne che lo portano, e vivono oggi in massima parte tra il Pakistan nazional-islamista e l’Afghanistan talebano, di vedere attraverso l’abito solo grazie a una griglia di tessuto più rado. La parola, giunta in Europa dall’hindi (burga) per il tramite dell’arabo (burqa), è documentata in italiano (anche come burka, meno diffuso) dagli anni Settanta del secolo scorso. Ma i veli islamici si sprecano. L’abaya, da una parola di origine araba (aba’ah) attestata in italiano dagli anni Cinquanta, denomina una sopravveste lunga fino ai piedi, generalmente nera (o comunque di colore scuro) e presente in special modo in Arabia Saudita, che non copre il viso. A nasconderlo, lasciando scoperta solo una fessura in corrispondenza degli occhi, provvede un secondo indumento, indicato da un altro termine arabo, arrivato negli anni Ottanta, che in senso proprio, nella lingua di provenienza, è sinonimo di mantello.
Si tratta del niqab (o neqab, ormai raro), anch’esso vietato dal ministro Valditara. Chi lo indossa somiglia vagamente a Belfagor, il fantasma del Louvre di un celebre sceneggiato televisivo degli anni Sessanta. Allacciato comunemente sotto il mento come un foulard, a coprire il collo e i capelli, è lo hijab (in arabo è ‘velo’, ‘schermo’, ‘cortina’, ecc.), per un termine diffusosi in italiano a partire dagli anni Novanta, laddove il khimar, familiare alle donne egiziane, e indossato in genere come una sciarpa tubolare, fascia anche le spalle. Al pari dell’al-amira (o al-ameera), che si distingue perlopiù dal precedente perché composto di due pezzi: l’indumento tubolare e, al di sotto, un copricapo annodato stretto alla fronte. Infine il chador. Diffuso in particolare nei paesi a maggioranza sciita, come l’Iran, è perlopiù privo di bottoni e aperto sul davanti. Avvolge per intero il corpo femminile, lasciandone però scoperto il volto. I primi esempi italiani della voce, di origine persiana (chaddar), risalgono agli anni Settanta.