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I dubbi delle donne di destra sul voto a Vannacci

Il generale e i suoi non capiscono che non possono trattare l'elettorato femminile come fossimo ancora negli Anni 50
di Annalisa Terranova lunedì 28 settembre 2026

3' di lettura

Non è sbagliato dire che l’onorevole Vannacci è il miglior alleato della sinistra. Lo è perché le sue uscite (peraltro anticipate nel suo libro “Il mondo al contrario”) vanificano in parte, con grande gioia della sinistra, il successo di una donna di destra come Giorgia Meloni che ha raggiunto un ruolo apicale e di primo piano in barba alle lagne neofemministe. La vicenda della foto taroccata di Matilde Siracusano lo dimostra con tutta evidenza: che bisogno c’era di mostrarla con quella scollatura? Nessun bisogno, ma proprio nessuno. Ciò che Vannacci e i suoi seguaci non comprendono è che esiste un politicamente scorretto che effettivamente demistifica il pensiero unico e ne esiste un altro è solo maleducazione, cattivo gusto, sciatteria, ignoranza e maschilismo dello stampo peggiore. Quanto questi atteggiamenti potranno aiutare un dialogo tra centrodestra e Futuro nazionale è evidente: allargano il solco, e a questo punto se certa propaganda buona per la “feccia” dovesse continuare c’è da augurarsi che tale dialogo non cominci nemmeno. Già nel suo libro Vannacci faceva inspiegabilmente l’elogio della donna che sta a casa e alleva i pargoli, un modello anacronistico e improponibile e contrario a quell’indipendenza economica che è la prima base della libertà delle donne.

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Poi ha continuato negando l’esistenza dei femminicidi, tirando fuori l’astruso concetto di patriarcato mediterraneo. Anche su quest’ultimo punto non ha tra l’altro detto nulla di originale, copiando un concetto più volte espresso da Camille Paglia: in Italia la disgregazione dei legami familiari ha reso le donne più indifese dinanzi ai maschi violenti perché prima c’erano padri, fratelli, zii, cugini pronti a fare scudo a eventuali fidanzati maltrattanti mentre ora le donne devono vedersela da sole. Viene il sospetto, ascoltando le rimasticature vannacciane, che il generale non abbia la minima idea di quale sia l’elettorato femminile “storico” della destra italiana. E viene anche il sospetto che, avendo frequentato più le caserme dei circoli politici, non si renda conto di quanto risulti antipatico proprio alle donne dell’area apolitica che vorrebbe conquistare. Parliamo di donne che, in un ambiente simile a un männerbund hanno prodotto una rivista, Eowyn, scritta solo da donne e rivolta soprattutto alle donne, in cui si parlava di complementarietà, di libertà di scelta tra carriera e maternità, in cui si deridevano certe pose muscolari del neofascismo, e si prendeva ispirazione da un personaggio letterario del Signore degli Anelli che si traveste da cavaliere per andare a combattere l’esercito mostruoso di Sauron.

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Parliamo di donne, non in grande numero ma capaci di lasciare un’impronta, che presidiavano le sedi di partito in condizioni assai difficili e rischiose, e che avevano dirigenti talmente apprezzate che al congresso del Fronte della Gioventù del 1977 (quello che espresse Gianfranco Fini segretario) una donna, Stefania Paternò, arrivò terza dopo Marco Tarchi e dopo Biagio Cacciola. Donne che appunto hanno preparato la strada a chi come la Meloni, con determinazione e carisma, ha saputo farsi largo liberandosi di ogni tutoraggio maschile e trattando da pari a pari con i colleghi uomini nel movimento giovanile e poi nel partito. Con queste donne l’idea anni Cinquanta della brava mamma che sta a casa a aspettare adorante il marito che torna dalle fatiche lavorative non passa, a queste donne il patriarcato non serve anche se hanno sempre saputo apprezzare gli uomini che meritano rispetto. Vannacci guardi che i tempi del riposo del guerriero sono finiti, lo spieghi ai suoi commilitoni in borghese che fanno i giullari davanti al pc giocando con l’IA senza riguardo per una donna. I voti di quella destra femminile di cui ha scritto lei, mi dispiace, non li avrà mai.

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