Ogni giorno per Elly Schlein ha la sua pena. Oggi c’è la direzione del partito e alla segretaria conviene per una volta provare a dare una linea, se non altro per cancellare la sensazione che nell’opposizione Giuseppe Conte sia l’unico leader in campo, largo o stretto che lo si voglia. La politica, se si butta l’occhio a sinistra, ha un che di paradossale. L’ultimo ritornello di dem e compagni è che “Giorgia Meloni deve dirci quando andremo a votare”.
La premier non deve dire nulla: si vota a scadenza naturale, a meno che il governo non cada prima e il presidente Sergio Mattarella sciolga le Camere. Lo stabilisce la Costituzione, di cui il Pd si è eretto garante supremo, salvo masturbarla quando gli conviene.
Elly piuttosto dovrebbe dire una volta per tutte se, quando e con che regole ci saranno le primarie del campo largo. Finora non lo ha fatto perché sta cercando disperatamente di scongiurarle, temendo di perderle. A differenza di Conte infatti, che lo ha stilato ormai da due settimane, la leader dem non può neppure presentarsi con un programma di partito, perché non lo controlla; figurarsi di coalizione.
Comunque, se Dio gliela manderà buona, oggi Schlein potrebbe incassare la proroga del suo mandato, che altrimenti scade prima del voto e il divieto agli altri iscritti di candidarsi alle primarie per sfidarla.
Già, perché l’ordalia giallo-rosso-verde-rosa pare ormai scongiurabile. Lo si è capito dalle parole sibilline pronunciate ieri dal leader grillino. “Ho dichiarato fin da subito di essere disponibile a concordare un nome terzo rispetto ai segretari per la scelta della guida del centrosinistra, ma non ho trovato disponibilità a percorrere questa strada. Adesso quindi abbiamo di fronte le primarie, anche se non sono nella nostra tradizione: non c’è altro modo”, ha detto Conte, specificando di avvertire molto “laresponsabilità di rispondere alla mia comunità politica ma anche a quella più ampia di coloro che vogliono un’alternativa”.
Traduzione: l’ex premier M5S, a differenza della aspirante premier Pd, fa politica anziché subirla. Dire di essere disponibile al passo indietro se lo fa anche Schlein non significa tenderle la mano per cercare un’intesa, bensì sfidarla. Conte sa che la segretaria ha respinto le pressioni dei mammasantissima dem per sfilarsi dalla corsa per Palazzo Chigi a vantaggio di “una figura autenticamente progressista, non di compromesso al ribasso, in grado di cambiare il Paese” sulla quale andare tutti d’accordo e che lui evoca proprio perché sa che non esiste.
Il treno è passato, Dario Franceschini, in rappresentanza dei tanti che non si fidano di Elly, ha provato a convincerla, ma non c’è stato verso. Così il leader grillino, con la sua frase finto-aperturista, allarga la sua campagna elettorale anche agli ex sostenitori della segretaria, ormai delusi.
LE DIVERGENZE
Certo, se volesse anche lei fare una prima mossa in vista delle consultazioni del campo largo, oggi in direzione Schlein potrebbe chiarire la sua posizione in politica estera, dal sostengo all’Ucraina al riarmo. Non accadrà, la fissazione dell’assemblea nazionale per il 18 ottobre sembra fatta apposta per slittare ancora il momento del redde rationem. Sede del ritrovo: la Nuvola, all’Euro, per chi non avesse capito quanto è per aria la situazione. Sul tema esteri invece, Conte è stato chiaro e ha precisato che non vuole mediare più di tanto: no su tutta la linea, anche se ce lo chiede l’Europa. La segretaria non può permetterselo e Goffredo Bettini, l’anima nera che nei dem le rema contro perfino più dei riformisti, ieri con una lettera al Corriere della Sera ha infilato il dito nella ferita, paragonando l’Ucraina “all’Iran aggredito” e prendendosela con chi ha paragonato l’espansionismo di Vladimir Putin a quello di Adolf Hitler. Parlava di Europa ma su qualche Colle romano forse a qualcuno sono fischiate le orecchie.
Così oggi Schlein si trova contro non solo Conte, ma buona parte della vecchia ditta, che non ne può più di farsi occupare il Pd da questa donna che avrebbe osato opporsi a una mediazione con il leader M5S sulla figura, divenuta ormai quasi messianica in casa dem, di Pierluigi Bersani. Si trova contro anche i riformisti, ai quali nega la possibilità di contarsi presentando alle primarie un candidato di bandiera e che potrebbero preferirle l’ex mister tasse Ernesto Maria Ruffini, leader di Più uno, o l’europarlamentare Giorgio Gori, se decidesse di uscire dal partito per sfidarla.
Non sono beghe da poco e non si risolveranno senza drammi neppure in caso alla fine il campo largo riuscisse a individuare il leader. Dall’ala dei dem moderati è partito l’allarme sul fatto che sarebbe pericoloso fare le primarie anche su internet perché potrebbero essere influenzate dalla mano di Mosca. Come a dire che Putin ha il suo candidato nel campo largo...