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Il Gay Pride targato Zan non paga gli artisti

di Daniela Mastromattei sabato 10 ottobre 2026

4' di lettura

Sul palco, l’orgoglio. Dietro le quinte, l’attesa. Il Padova Pride Village, una delle manifestazioni Lgbtqia+ più conosciute d’Italia, ha concluso la sua diciannovesima edizione lasciandosi alle spalle non soltanto luci, musica e dichiarazioni sui diritti, ma anche una lunga fila di fatture ancora da saldare.

A sollevare il caso sui social è stata Selvaggia Lucarelli, che nelle sue storie Instagram ha raccolto le testimonianze di artisti e lavoratori in attesa dei compensi. «Decine e decine di fatture non pagate», ha scritto la giornalista, ricordando le spese sostenute per nomi come Gaia e Gabry Ponte e le date poi annullate di Ditonellapiaga, Valeria Marini e altri ospiti. Dalle segnalazioni emerge un quadro poco compatibile con l’immagine scintillante del Village: cedolini regolarmente emessi ma bonifici mai arrivati, solleciti rimasti senza risposta, prestazioni risalenti persino a giugno. «Il lavoro è lavoro», osserva una delle persone coinvolte. Una formula semplice, quasi banale. Eppure evidentemente necessaria in un ambiente nel quale si è molto sofisticati quando si tratta di declinare le identità, un po’ meno quando bisogna rispettare una scadenza bancaria.

L’attuale società organizzatrice, Village Srl, non ha negato il problema. Ha ammesso arretrati per circa 25mila euro nei confronti di una trentina tra dj, performer e ballerini. Nella lettera inviata agli interessati si è scusata per il «disagio», spiegando che gli incassi della manifestazione sono risultati insufficienti a coprire tutti gli impegni economici. Il termine del 30 settembre, precedentemente indicato per i pagamenti, non è stato rispettato. Alla stampa gli organizzatori hanno parlato della speranza di chiudere le pendenze entro 60 giorni, attraverso un finanziamento e il recupero di un rimborso atteso da Guest Music. Nella comunicazione agli artisti, tuttavia, non è stata indicata alcuna data certa. I 25mila euro riconosciuti riguarderebbero soltanto i compensi artistici. Secondo le ricostruzioni della stampa locale, l’esposizione complessiva potrebbe essere molto più elevata e coinvolgere fornitori di cibo e bevande, addetti alla sicurezza e la Fiera di Padova. Si parla di una cifra a sei zeri, ma al momento non esiste una conferma ufficiale. Gli alibi non mancano mai: il caldo, il ridotto potere d’acquisto dei giovani, la concorrenza dei locali climatizzati, forse anche un format che dopo diciannove edizioni mostra qualche ruga.

Tutto plausibile. Ma il rischio d’impresa dovrebbe appartenere a chi organizza la festa, non essere trasferito su chi ha montato il palco, garantito la sicurezza, servito ai banconi o intrattenuto il pubblico.
Il nome che continua inevitabilmente a tornare è quello di Alessandro Zan. L’attuale europarlamentare del Pd fondò il Padova Pride Village nel 2008, trasformandolo in una vetrina nazionale e in uno dei pilastri della propria biografia politica. Ma il fedelissimo di Elly Schlein non organizza più la manifestazione dall’estate del 2024. Ora la gestione diretta è affidata alla Village Srl, controllata dalla Heddy. Una struttura societaria decisamente più articolata della romantica associazione militante che si potrebbe immaginare osservando soltanto bandiere e slogan. Nell’azionariato di Heddy Media compare, con una quota largamente maggioritaria, persino una società svizzera attiva in settori che spaziano dai servizi energetici ai prodotti agricoli. La precisazione sul ruolo di Zan non cancella, però, il significato politico della parabola.

Il Village è nato e cresciuto come la sua creatura più riconoscibile; negli anni si è trasformato da manifestazione militante in una macchina commerciale capace di muovere cifre importanti. Nel 2022 Be Proud aveva registrato ricavi superiori a 1,3 milioni di euro, oltre 700mila dei quali provenienti da ingressi e biglietti: numeri finiti anche sotto la lente di Report. Zan aveva sempre sostenuto di prestare la propria attività gratuitamente e che gli utili venissero reinvestiti nelle iniziative. Il problema, oggi, non è scandalizzarsi perché un Pride produca fatturato. Organizzare eventi costa, gli artisti non vivono di inclusività e le società non pagano le bollette con gli hashtag. Il problema nasce quando la retorica sociale diventa un’aureola dietro la quale si pretende di sottrarsi alle regole più ordinarie: fare previsioni prudenti, tenere i conti in equilibrio e retribuire chi lavora. Non aiuta ricordare che già nel luglio scorso un controllo della polizia aveva individuato tre lavoratori completamente in nero presso due stand gastronomici del Village, con sospensione delle attività e sanzioni per 8.350 euro. La direzione aveva preso le distanze, precisando che le irregolarità riguardavano servizi esterni. Ma questo non rende meno stridente il contrasto fra l’immagine della manifestazione e ciò che accadeva nel suo perimetro.
Certo, è molto più semplice denunciare un torto culturale che amministrare correttamente una società; molto più gratificante celebrare la liberazione dei corpi che liberare un bonifico.
Nel 2027 il Padova Pride Village dovrebbe festeggiare la ventesima edizione. Nessuna cancellazione è stata annunciata, anche se eventuali contenziosi potrebbero comprometterne l’organizzazione. Prima di pensare alla prossima passerella, però, converrebbe chiudere i conti di quella appena terminata.
Perché si può discutere per anni di nuovi diritti, ma ne esiste uno piuttosto antico che non dovrebbe aver bisogno di bandiere: chi lavora va pagato. Possibilmente con denaro vero, non con la promessa di trovarsi ancora una volta dalla parte giusta della Storia.

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