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Compagni in fuga dalla nave di Elly e Giuseppi

di Giovanni Sallusti sabato 10 ottobre 2026

3' di lettura

Il miglior segnale sullo stato di salute (comatoso) di quell’entità astratta ancora nota ottimisticamente come “Campo largo” arriva dal bel mondo giornalistico-intellettuale di riferimento. Se c’è una qualità che non manca, nel salottino nostrano mediamente engagé, è l’istinto di sopravvivenza. E allora, di fronte alla débâcle politico-comunicativa delle ultime settimane da parte dei nostri (leggi loro) eroi, dal mitologico “federatore” che appare e scompare al dibattito infinito sui commi delle primarie fino al posizionamento internazionale a piacere, iniziano a fioccare i distinguo, le prese di distanza, fin le stroncature esplicite.

Nicola Lagioia, scrittore progressista e gran cerimoniere per sei anni di quel Salone del Libro di Torino che è uno degli ultimi fortini dell’egemonia postgramsciana, l’altra sera deve aver preso in contropiede Corrado Formigli a PiazzaPulita. «Se fanno le primarie, io non andrò a votare». «Perché?», chiede l’affranto conduttore. «Mi sembra che si getti sull’elettore una questione che non sono riusciti a risolvere loro. Io vorrei un leader, un programma, a quel punto decido di votarlo o meno». Desideri minimi, diciamo le precondizioni per cui esista qualcosa come una coalizione, che oggi sono frustrati. Non solo: Lagioia (ed è tutto dire, non trattandosi esattamente di un esponente del filone operaista, di un veterano delle lotte in fabbrica) stana il tradimento delle istanze originarie della sinistra: «In questi anni non è stata in grado di agire sulla questione della giustizia sociale». Game over: la sua è una critica di metodo e di merito.

Attenzione, perché qui arriviamo agli insospettabili. Se fin un campo-larghista incrollabilmente organico come l’editorialista di Repubblica e prezzemolino di La7 Massimo Giannini manifesta sintomi di insofferenza, significa che la sensazione di sbando è ormai irreversibile. Eccolo allora il virgolettato sotto forma di sfogo finale, mentre scorrono i titoli di coda di Otto e mezzo: «Peggio di questa legge elettorale c’è soltanto il comportamento dei leader dell’opposizione». Proferito da uno che con la consueta sobrietà aveva appena accusato la suddetta legge di «macelleria costituzionale», è il requiem definitivo. Ma Giannini addirittura infierisce: «Sono impreparati ad offrire agli italiani un’alternativa credibile qui e ora. E sono mesi che vanno avanti così». È il lamento dell’innamorato deluso, per questo vale doppio.

Chi invece coltiva da tempo, diremmo per statuto, un’autonomia di pensiero è Massimo Cacciari, e lo ha mostrato anche ieri in un dialogo col Corriere della Sera. «A sinistra mancano sia l’unità sul programma che una guida condivisa». A parte questo tutto bene, verrebbe da chiosare. Non basta: «Anche l’Ulivo era spaccato su tante cose, ma aveva Romano Prodi. Ora non c’è nemmeno una figura che faccia da collante». Cioè, l’attuale centrosinistra è più disunito del suo pre cedente storico, già assurto a paradigma della disunione. «Li vedo avviati verso la strada rovinosa delle primarie - continua Cacciari -. Se Elly Schlein dovesse perdere la sfida, il Pd andrebbe incontro allo sfascio». Scenari da crepuscolo. Quelli che aveva già colto, e scendiamo di parecchi livelli, Andrea Scanzi, che comunque ha indubitabile fiuto per il posizionamento più confortevole, quando ad Accordi e Disaccordi di Luca Sommi aveva detto: «Siamo di fronte a un’esplosione anticipata, o se preferisci implosione. Detta in maniera più chiara, la Meloni ha davanti una vittoria molto facile». Ma il più lesto di tutti era stato lo scrittore e sceneggiatore Francesco Piccolo, che già a fine settembre vergava su Repubblica: «Se siamo elettori di quella parte politica, possiamo dire che il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle ci stanno imbrogliando». Da spettatori divertiti, siamo pronti a scommettere che la corsa a precipitarsi giù dal carrozzone penta-piddino sia appena iniziata.

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