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L’ipocrisia dei compagni che dimenticano il ’77

Confesso che, da quando il presidente Mattarella ha detto che vanno analizzati bene i “soggetti inediti” che hanno vandalizzato il centro di Milano mi sono sforzata di capire il disagio: ore e ore a pensare e riflettere. Punto di partenza: sono teppisti
di Annalisa Terranova giovedì 22 ottobre 2026

3' di lettura

Confesso che, da quando il presidente Mattarella ha detto che vanno analizzati bene i “soggetti inediti” che hanno vandalizzato il centro di Milano mi sono sforzata di capire il disagio: ore e ore a pensare e riflettere. Punto di partenza: sono teppisti. Conclusione dopo interminabili ragionamenti: sono sempre teppisti. È che io sono un’adulta irresponsabile, che non si sente colpevole della frattura generazionale che avrebbe generato la frustrazione che avrebbe dato vita ai casini milanesi. Tutta quella sinistra che con la sua cultura del piagnisteo sta «fabbricando alibi» ai contestatori violenti (cit. Claudio Cerasa) non riesce a contagiarmi. Non solo: quando la stessa sinistra parla di deriva securitaria viene il sospetto che loro stessi non conoscano bene la tradizione politica da cui provengono.

GUERRIGLIA A BOLOGNA
Prendiamo Bologna, che nel 1977 era guidata dal sindaco comunista Renato Zangheri, predecessore di Lepore. Qui, l’11 marzo, Lotta continua contestò un’assemblea di Comunione e Liberazione all’Università. Scattò una furibonda guerriglia, raccontata (anche ma non solo) da Adalberto Baldoni e Sandro Provvisionato nel libro “Annidi piombo”. «Un carabiniere, Massimo Tramontani di 22 anni, rimasto isolato è fatto oggetto di un fitto lancio di cubetti di porfido. Due molotov colpiscono il suo furgone. Tramontani scende, prende la mira e spara». Colpisce lo studente Pier Francesco Lorusso, ventisei anni. È l’inizio di un pomeriggio di fuoco. Tutta la zona universitaria è presidiata dai giovani dell’estrema sinistra. Vetrine fracassate, negozi distrutti, il ristorante El cantunzein dato alle fiamme.

La domenica successiva Bologna si sveglierà con «lo sferragliare dei cingoli come ai tempi di guerra. Su ordine di Cossiga, ma su richiesta del sindaco comunista della città Zangheri, sono stati inviati i blindati, che sfondano le barricate ed entrano nell’università». Seguono decine di arresti, le forze dell’ordine danno anche l’assalto a Radio Alice che viene chiusa con l’accusa di incitazione alla guerriglia. È repressione? È deriva autoritaria? Oggi gli eredi del Pci, direbbero così. Ma sentite invece cosa diceva il comunista Gerardo Chiaromonte nel comitato centrale del partito del luglio ’77 in piena rottura con l’ultrasinistra per difendere il compromesso storico che si andava materializzando. «No, non è in discussione né in Italia e tantomeno a Bologna, il diritto al dissenso. Si tratta del diritto, che alcuni gruppi vorrebbero avere, all’intolleranza, alla sopraffazione, alla violenza, per favorire un attacco armato contro la libertà e contro le istituzioni e lo Stato democratico; questo diritto non può essere riconosciuto a nessuno. Lo Stato democratico deve avere la forza per stroncare e reprimere, come impone la Costituzione». (cit. in G. Chiaromonte, L’accordo programmatico e l’azione dei comunisti, Editori Riuniti).
Altri tempi, si dirà. Sicuramente è così. Ma oggi, dinanzi al gip che parla a proposito dei soggetti arrestati, di azioni per «dare sfogo a una violenza indiscriminata e incontrollata» perché c’è tutta questa ritrosia da parte del Pd a prendere le distanze da un esercito di ragazzi scatenati? Ma questo sarebbe il minimo. Il peggio è che prima hanno soffiato sul fuoco del risentimento e poi quando la “meglio gioventù” si è palesata come branco assetato di sneakers, hanno dato la colpa al governo.

SENSO DEL LIMITE
Così Bonelli ha chiesto a Piantedosi di dimettersi mentre Gad Lerner (da giovane militante di Lotta Continua come i compagni di Bologna contro cui Zangheri volle i cingolati dell’esercito) è riuscito addirittura a dare la colpa a Giorgia Meloni: lei ha fatto il tetto agli stranieri in classe che si aspettava? Insomma se un tempo il Pci appoggiava la linea dura contro le proteste degli estremisti oggi il Pd sposa la linea «tè e pasticcini» per i vandali. Perché bisogna comprendere, capire, farsi carico del «disagio». Ci sarebbe anche da educare al senso del limite, ma parlare di famiglie, di genitori, si sa, è diventato ormai «paccottiglia reazionaria».

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