L’arresto di Youssef Siher riporta al centro dell’attenzione un fenomeno da tempo ben noto agli osservatori di settore: il “palestinismo”, una causa che ha progressivamente assunto i tratti di un’ideologia politica sovversiva, che impiega la questione palestinese come strumento di mobilitazione, radicalizzazione e destabilizzazione delle società occidentali.
Il punto non è negare la legittimità delle manifestazioni a sostegno della causa palestinese, ma distinguere tra la solidarietà verso una popolazione e la strumentalizzazione di tale solidarietà da parte di reti politiche che considerano l’Occidente un avversario.
In diversi contesti è emersa una convergenza tra settori della sinistra radicale, movimenti islamisti e gruppi estremisti. Si tratta di attori con storie e obiettivi differenti, ma capaci di coalizzarsi nella delegittimazione delle istituzioni democratiche e nella contestazione dell’ordine occidentale. La causa palestinese diventa così una piattaforma comune attraverso cui aggregare gruppi diversi, alimentare l’antagonismo e, in numerosi casi, giustificare la violenza e l’intimidazione.
Questa dinamica si intreccia con la crescente diffusione dell’antisemitismo. In alcuni ambienti della sinistra radicale e islamisti, l’ostilità verso Israele viene trasformata in uno strumento per legittimizzare l’odio antiebraico, fino a fare delle comunità ebraiche un bersaglio di intimidazioni e aggressioni. La deliberata sovrapposizione tra Israele egli ebrei crea un clima nel quale vecchi pregiudizi riemergono sotto nuove forme, si normalizzano nel discorso pubblico e si traducono in manifestazioni di odio e violenza. Non si tratta soltanto di una minaccia per gli ebrei, ma di un attacco alla convivenza pacifica in Italia.
Quando un cittadino è intimidito a causa della propria identità o costretto a nasconderla per paura, ed essere compromesse sono la libertà e la sicurezza di tutti. L’antisemitismo diventa così un fattore di divisione sociale, che alimenta la polarizzazione, la sfiducia e la radicalizzazione. Esiste inoltre una dimensione geopolitica che non deve essere sottovalutata. Attori esterni possono sfruttare queste tensioni, integrandole in strategie di guerra ibrida finalizzate a indebolire la coesione sociale e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche. L’Europa e l’Italia devono comprendere che la difesa delle proprie democrazie richiede lucidità, fermezza e la capacità di distinguere il dissenso legittimo dai tentativi di destabilizzare la società.
Una democrazia che non sa riconoscere questa distinzione rischia di comprometterela propria sicurezza elaconvivenza pacifica dei suoi cittadini. Difendere la libertà significa anche impedire che l’odio diventi unostrumentoper dividerci eindebolirci dall’interno. Un sentito ringraziamento va alle Forze dell’ordine italiane, che operano per garantire la sicurezza, spesso affrontando situazioni di forte tensione e subendo aggressioni, insulti eviolenze proprio da parte di chi pretende di presentarsi come difensoredei diritti e delle libertà. Insieme, dobbiamoopporciaquesti elementiecontrastarlicon determinazione.
di Jonathan Peled
Ambasciatore d’Israele in Italia