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La virtù del romano: apprezzare piatti freddi che non dovrebbero esserlo

Riflessioni sulla cucina capitolina con un siciliano che dimostra pregiudizio e sciovinismo. Riflessioni che vertono sulla temperatura di servizio e sconfinano nell'antropologia
di Andrea Tempestini venerdì 20 marzo 2026

2' di lettura

L’unica città che fece vacillare Roma nella risibile graduatoria delle “città più belle che abbia visto” fu Gerusalemme. Nemmeno Parigi e neppure New York, che regna per altri versi ma se ne facciamo un discorso di scorci e seduzione, di “Grande Bellezza”, è tutt’altra storia. Gerusalemme la prima volta fa volare, ma basta reiterare l’incontro e l’Urbe non vacilla più. Ho una moglie romana che senza ragione è convinta di essersi liberata dal raddoppio fonosintattico, Carletto (del Pigneto che fu) è una mia stella polare, tifo Milan e poi Maggica, i nonni paterni erano più Roma che Milano e adoravo zia Claudia anche se era «communista così». Zia era Roma in essenza: narrazione, esagerazione, edonismo, tempi dilatati, egoismo. Insomma, in me non c’è traccia di pregiudizio.

Riflettevo sulla cucina romana con un siciliano. Ne ammise con una punta di fastidio il prodigio, ma ne lamentava la pesantezza. Pur vero, ma detto da mister caponata, pasta alla Norma & cannolo mi parve incongruente o più verosimilmente sciovinismo. Fatti suoi, si alleggerisca a suon di arancine (con la “e” sennò s’incappella). Riflettevo sulla cucina romana e sul fatto che l’inclinazione all’uso del quinto quarto, ovvero frattaglie, già la colloca nell’iperuranio. Eppure mi ha sempre stupito una modalità d’approccio alla pietanza che ho ritrovato nella totalità dei romani che ho frequentato: non disdegnano, anzi apprezzano, il piatto freddo quando non dovrebbe esserlo. Controintuitivo, per chi come il capitolino è un concentrato di epicureismo.

Esempi: zia Claudia, la «communista così», cucinava un’arista sublime ma non si faceva problemi nel servirla tiepida. Al tavolo della suocera erbette, caponata e carciofo alla romana arrivano per scelta ben che vada tiepidi, financo il carciofo alla giudia può aver perso il doveroso bollore. Carletto esalta le virtù della pizza fredda. Mia moglie predilige la costoletta d’agnello a temperatura ambiente e lascia freddare il caffè della moka. Ho perso il conto delle volte in cui, trasecolando, ho azzannato capitoni al forno ormai freddi (gustosi, ma ben sotto il massimo potenziale).

La circostanza mi stupisce. La circostanza forse è frutto di circostanze, eppure le evidenze sono parecchie e non mi sfuggono gli schemi. I romani amano il cibo freddo anche quando non dovrebbe esserlo. La mia spiegazione? Una radicata inerzia edonistica che non concede a un dettaglio quale la temperatura di incidere sullo scorrere delle cose. Inconcepibile, per chi - come il nordico - trae godimento dal mangiare rapido e ustionante. Al Nord il godimento, in ogni caso, è intrinsecamente legato a un quid di sofferenza: con tutta evidenza il meccanismo non è universale.

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