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Pink Lady, l'unica mela che può aver tentato Biancaneve

La regina dei "pomi", la signora in rosa australiana che ha conquistato l'Italia: proprietà, virtù e riflessioni sulla celebre fiaba
di Andrea Tempestini venerdì 22 maggio 2026

2' di lettura

Pensa un po’, la signora in rosa è australiana. Mica scontato, considerando il (mio) pregiudizio sul popolo australe, un sottoprodotto isolazionista dei peggior tratti anglosassoni (irruenza, una certa arroganza, trascuratezza, macrocosmo culturale d’accatto). La signora rosa in questione è la “Pink Lady”, la qualità di mela che favorisco nel multiforme universo dei pomi (eccezion fatta per la nipponica Sekai Ichi, la mela gigante del lusso, assai dispendiosa e parecchio difficile a reperirsi dalle nostre parti).

La Pink Lady è un ibrido, dunque natura in pienezza: per come la vedo io, anche la plastica è natura. Tutto il creato e il creabile è natura, ibridi compresi. La qualità di mela in questione nasce dal lavorio genetico di John Cripps, ricercatore che incrociò due differenti varietà del frutto: Golden Delucious e Lady Williams. Ne nacque la Cripps Pink, poi commercializzata col nome di Pink Lady. Buccia scintillante, sfumature rosa e rosso cremisi, virtuose venature gialle e aranciate. Una mela che fa dell’eleganza la sua cifra stilistica. Ad elevarla, però, è la polpa: croccante e succosa, morsi che sprigionano dolcezza e acidità, freschezza, vivacità. La Pink Lady ha una tempra tutta sua: a differenza di altre mele che tendono a ossidarsi rapidamente, dopo il taglio mantiene il chiarore della polpa ben più a lungo. Altro tratto decisivo è la nota mielosa, floreale, del profumo.

In ogni caso, il tempo ha smussato anche il grezzume australe: la produzione di Pink Lady in Italia è massiva, dominano Trentino e Alto Adige. Un frutto vanitoso, attendista: richiede molto sole e il raccolto è tardivo, tra la fine di ottobre e novembre. Una lunga maturazione: l’attesa, infatti, risulta quasi invariabilmente una conditio sine qua non per ottenere l’eccellenza. 

Ora un breve excursus su qualche virtuoso utilizzo culinario del frutto, sperimentato e approvato in prima persona. Scontato, ma rimarcabile, il risotto alle Pink Lady e taleggio, la freschezza della mela e la cremosità del formaggio (fondamentale aggiungere i cubetti del frutto solo a fine cottura per mantenerne la croccantezza). Meno scontato l’hamburger artigianale arricchito da fettine sottile di Pink Lady a contrastare una carne speziata: sembra roba da scimunito milanese e probabilmente in linea teorica lo è, ma da un punto di vista gustativo eccome se funziona.

Infine, volevo concludere con una considerazione che flirta con l’idiozia sulla mela avvelenata addentata da Biancaneve. Una mela che seduce e inganna. I fratelli Grimm ovviamente non citano la Pink Lady, ma quale altra mela avrebbe potuto risultare così irresistibile? Nessuna. E, ça va sans dire, il veleno non c’entra.

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