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Burger vegani, lo studio-choc: cosa contengono, salute a rischio

di Luca Puccini venerdì 3 luglio 2026

4' di lettura

Mica è detto che facciano male, sì, per carità: però non si può nemmeno spacciarli per un pasto salutare. Ché alla fine basta il nome, “additivi”. Lo capisci subito che suona più chimico che naturale. Le ciliegie che la nonna raccoglieva dall’albero nel suo giardino, di conservanti, non ne avevano proprio: alcune erano ammaccate, altre andavano a male subito, però tutte erano genuine (e sicuramente più gustose di quelle che ci sono, carissime, oggi al super).

Il principio è più o meno lo stesso: e prima che s’infiammi la polemica dei buongustai dall’etichetta in mano, d’accordo, son cambiate le esigenze (anche a tavola), la nuova società ha ritmi diversi, i metodi di preservazione dei cibi vanno di conseguenza. Però poi non seppelliamoci sotto la morale bio-veg-free-eco. Dài, su.

NEL PIATTO
Siamo quello che mangiamo, e probabilmente non è neppure vero perché quasi sempre non conosciamo ciò che abbiamo nel piatto. Prendi i burger vegetali. Quelli che oramai sono una moda. Di ceci, di tofu, di seitan. Con le lenticchie, con la quinoa, con le zucchine saltate. Che li vendono già confezionati nel loro sottovuoto di plastica al banco frigo del minimarket. Che li trovi in qualsiasi paninoteca sotto l’immancabile opzione vegetariana perché “l’effetto carne” è assicurato: sembra manzo ma non lo è, assomiglia al pollo ma giammai.

Ecco, loro sì che sono pieni di additivi. Lo ha scoperto una squadra di ricercatori dell’Ion (ossia dell’Institute for optimum nutrition) di Londra: e sarà che lassù, lungo il Tamigi, il junk-food è una cosa seria, eppure la questione (specie qui, nel resto del mondo) proprio una sciocchezza non è. Gli inglesi dal barbecue veloce hanno cercato di comprare diversi gli alimenti nel modo più scientifico possibile: non si sono limitati all’hamburgerozzo da 200 grammi con o senza bun al sesamo e salsine d’accompagnamento, hanno messo a paragone anche il latte di mandorla con quello vaccino, i brownie (la torta a quadratini morbida al cioccolato tipica della cucina anglosassone) vegani con quelli tradizionali, la carne vegetale con quella animale. Ed è saltato fuori che nei prodotti a base veg gli additivi alimentari sono molti di più. Quasi il doppio.

L’intera gamma degli ingredienti ne conta 1.110 sulla dieta carnivora e 1.566 su quella vegetale, ché già questo come dato è sufficientemente curioso (nutrizionisti e dietologi non fanno che ricordare che è sempre meglio togliere che aggiungere). Ma il discorso diventa ancora più specifico se ci si ferma a questi benedetti additivi: nei prodotti a base vegetale, gli scienziati, ne hanno contati 199, in quelli animale 100. E anche restringendo il campo alla categoria “E”, che è relativa a quelli approvati dall’Unione europea entro determinati limiti, la bilancia pende ancora dalla stessa parte: 39 contro 31. È una bella differenza. «Ciò non significa che necessariamente ci sia un aumento del rischio per la salute», spiega Joseph Whittaker, uno dei professori autori dello studio britannico, anche perché «tutti gli additivi analizzati avevano superato i controlli di sicurezza alimentare». E ci mancherebbe il contrario: però noi, forse schizzinosi, forse troppo esigenti, forse un po’ sofistici, qualche domandina ce la facciamo.

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SUCCHI E OLIO DI COCCO
Al di là delle convinzioni personali (legittime tutte) sull’alimentazione sostenibile, vale davvero la pena la bistecca di funghi? Non è che sarà come quella storia dei succhi di frutta che ci hanno raccontato da piccoli erano la merenda migliore in assoluto per spezzare i pomeriggi di gioco in cortile e adesso, che siam diventati adulti e ci siamo messi a stecchetto, abbiamo scoperto che in realtà sono pieni di zuccheri tanto che, a questo punto, col senno di poi, tanto valeva cedere al panino con la Nutella?

Oppure non diventerà come per l’olio di cocco, spacciato a mo’ di superfood per eccellenza da influencer e chef alternativi, pressato a freddo, 100% biologico, un toccasana per il metabolismo, ma che a veder bene ha quasi due terzi in più dei grassi saturi del manzo e un terzo in più di quelli del burro (come l’avocado, del resto: buonissimo, esoticissimo, commercialissimo e pienissimo di grassi buoni, ma anche così calorico che, se non ci stai attento e non controlli i macro, è come papparsi un cheeseburger del McDonald’s credendo sia un’insalata)? Non finirà, insomma, come per l’insospettabile petto di pollo, totem dei salutisti di tutto il pianeta, magro e proteico, il cui consumo elevato, però, una ricerca italiana dell’anno scorso ha associato addirittura a un aumento del rischio di tumori gastrointestinali? Certo, vale la massima di sempre (della nonna, appunto): il troppo stroppia, non è l’uso ma l’abuso, eccedere (in qualsiasi pietanza) è sconsigliato. Però se adesso ci scricchiolano persino le diete veg...

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