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Tumori, serve più collaborazione tra gli oncologi e i medici di famiglia

di Maria Rita Montebelli sabato 25 ottobre 2014

4' di lettura

Cosa pensano i pazienti dell’assistenza oncologica e del rapporto tra medico di famiglia e specialista? Il 73% dei pazienti riconosce il valore della collaborazione fra oncologo e medico di famiglia per la gestione della sua malattia. Ma oltre la metà (54%) giudica oggi questo rapporto insufficiente. Opinione condivisa anche dai clinici: per il 57% di loro la cooperazione ospedale-territorio è inadeguata. Oncologi e medici di famiglia non si parlano o si parlano poco e questo pesa nella gestione della patologia, soprattutto dopo la fase acuta. Con la conseguenza di affollare per anni gli ambulatori di oncologia degli ospedali, far lievitare i costi, affrontare trasferte verso il centro clinico con perdite di giornate di lavoro per i familiari. Eppure basterebbe poco per sviluppare un forte rapporto fra oncologo e medico di medicina generale che potrebbe, senza problemi, gestire il follow-up del paziente, riservando la visita specialistica quando è davvero utile. Da questa analisi è partito il primo progetto mai realizzato in Italia di collaborazione fra l’Associazione di Oncologia Medica (AIOM) e la Società di Medicina Generale (SIMG), con i pazienti dell’Associazione Malati di Cancro (AIMaC) sulla gestione del malato oncologico. E si è avviato con tre sondaggi, effettuati fra le tre categorie coinvolte, che hanno interessato oltre 1.000 tra specialisti, medici di famiglia e pazienti. “Nel nostro Paese quasi un milione di persone si sottopone a controlli di follow-up. Dobbiamo dare loro la possibilità di essere seguiti per le visite di routine anche vicino casa, senza recarsi per forza nei centri oncologici – commentano i proff. Stefano Cascinu e Carmine Pinto, Presidente e Presidente Eletto AIOM, nella giornata inaugurale del XVI Congresso AIOM, in corso fino a domenica a Roma –. Ecco perché è necessario creare un modello di condivisione del follow-up con i medici di famiglia. Un’alleanza che ottimizzi l’assistenza e diminuisca i tassi di ospedalizzazione durante la sorveglianza clinica. Questo significa garantire alle persone una migliore qualità di vita. Ovviamente, in caso di necessità o di urgenza, il centro specialistico rimane sempre presente. Ma dobbiamo iniziare a deospedalizzare il più possibile la patologia oncologica”. I sondaggi sono parte del primo progetto nazionale che riunisce AIOM, SIMG e associazioni di pazienti, reso possibile da un educational grant di Novartis, per rilanciare ai massimi vertici istituzionali il messaggio della condivisione del follow-up. Sono stati realizzati anche opuscoli informativi e un sito internet, che diventerà una piattaforma di confronto tra specialisti. Nella prospettiva che i cosiddetti lungosopravviventi continuino ad aumentare, grazie soprattutto alle nuove terapie. “La richiesta dei malati è chiara: adottare un modello di cure integrate caratterizzato da una costante interazione tra i professionisti, in tutte la fasi della storia clinica della persona – spiega la dott.ssa Elisabetta Iannelli, Segretario AIMaC –. Le competenze necessarie, infatti, sono articolate e non possono essere concentrate su una figura unica”. Il 40% dei pazienti intervistati è in follow-up da 5 e più anni e il 59% ha come unico punto di riferimento l’oncologo. Solo uno su quattro si reca sempre dal medico di famiglia per consigli sui piccoli disturbi. “La nostra attività è fondamentale già ‘a monte’, nell’identificazione dei fattori di rischio. Deve esserlo sempre più anche in fase di malattia conclamata, soprattutto nella gestione degli effetti collaterali più leggeri delle terapie e nei piccoli disturbi quotidiani – aggiunge il dott. Claudio Cricelli, Presidente SIMG –. Grazie a una collaborazione adeguata tra oncologi e medici del territorio riusciremo a ottimizzare le risorse e ridurre i costi. Priorità assolute, vista la grave situazione economica”. “Abbiamo sposato con grande entusiasmo questo progetto, perché fornisce una risposta a un preciso bisogno della sanità e incoraggia il confronto tra i vari attori coinvolti – sottolinea il dott. Luigi Boano, General Manager Novartis Oncology Italia –. Incentriamo da sempre le nostre attività sui benefici per il paziente, non solo con nuove terapie sempre più efficaci, ma anche con iniziative educazionali incentrate sulla formazione e sull’informazione”. Il follow-up è una procedura indispensabile per il monitoraggio dei risultati delle terapie e per la diagnosi tempestiva delle eventuali ricadute. Vengono utilizzate visite cliniche, esami ematochimici, markers e indagini strumentali, secondo protocolli ben codificati e basati sulle evidenze di letteratura. “L’ansia del paziente o la medicina difensiva da parte del curante possono comportare un eccessivo e anomalo ricorso a esami diagnostici – concludono i proff. Cascinu e Pinto –, al di fuori dei protocolli, con utilizzo di fondi che vengono distratti da altre necessità assistenziali. In un sistema sanitario che opera con risorse limitate tutto questo è inaccettabile. In Italia i nuovi casi di cancro nel 2013 sono stati 366mila: 200.000 (55%) negli uomini e 166.000 (45%) nelle donne. Questi dati fotografano perfettamente la dimensione del problema, in quanto i pazienti ricorrono con la frequenza prevista dai protocolli a esami di follow-up, per un tempo di vita fortunatamente molto lungo”. (GIOIA TAGLIENTE)  

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