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Tumori neuroendocrini svolta nella ricerca: una doppia terapia tiene sotto controllo la malattia fino a due anni

di Paola Natali mercoledì 15 luglio 2026

2' di lettura

Una nuova strategia terapeutica potrebbe ampliare le possibilità di trattamento per i pazienti affetti da tumori neuroendocrini (NET) avanzati e in progressione. A suggerirlo è uno studio di fase 2 pubblicato su Nature Communications, che ha valutato l'associazione tra cabozantinib e temozolomide metronomica, evidenziando un controllo della malattia particolarmente incoraggiante in una popolazione già sottoposta a precedenti trattamenti. I tumori neuroendocrini rappresentano un gruppo eterogeneo di neoplasie che possono svilupparsi nel pancreas, nel tratto gastrointestinale, nei polmoni e, più raramente, in altre sedi. Negli ultimi anni le opzioni terapeutiche sono aumentate grazie agli analoghi della somatostatina, alla radioterapia recettoriale con radiofarmaci e alle terapie a bersaglio molecolare. Tuttavia, nei pazienti con malattia avanzata e progressiva permane la necessità di nuove soluzioni efficaci.

Lo studio, identificato con il codice NCT04893785, ha coinvolto 37 pazienti con tumori neuroendocrini ben differenziati di origine gastroenteropancreatica, polmonare o sconosciuta. I partecipanti hanno ricevuto cabozantinib 40 mg al giorno in associazione a temozolomide secondo uno schema metronomico, caratterizzato da una settimana di trattamento alternata a una settimana di sospensione. L'obiettivo principale della ricerca era valutare il tasso di risposta obiettiva al trattamento. Sebbene questo endpoint non sia stato raggiunto, gli investigatori hanno osservato risultati clinicamente rilevanti. Il 15% dei pazienti ha ottenuto una riduzione significativa delle lesioni tumorali, mentre il 100% dei pazienti valutabili ha ottenuto un beneficio clinico, comprendente risposta completa, risposta parziale o stabilizzazione della malattia.

Particolarmente significativo è il dato relativo alla sopravvivenza libera da progressione, che ha raggiunto una mediana di 28,5 mesi, un risultato considerato molto favorevole per questa categoria di pazienti. Anche la sopravvivenza globale appare incoraggiante: al termine del follow-up, la mediana non era ancora stata raggiunta e il tasso di sopravvivenza a tre anni risultava pari al 68,5%. Dal punto di vista della sicurezza, il trattamento si è dimostrato complessivamente ben tollerato. Gli eventi avversi severi più frequenti sono stati linfopenia (16%), trombocitopenia (11%), diarrea (8%) e colite (8%). Non sono stati registrati decessi correlati alla terapia. Lo studio offre inoltre indicazioni interessanti sul fronte della medicina di precisione. I ricercatori hanno infatti osservato che la carenza dell'enzima MGMT e l'elevata espressione della proteina c-MET sembrano essere associate a una migliore risposta al trattamento, suggerendo il possibile ruolo di questi biomarcatori nella selezione dei pazienti che potrebbero beneficiare maggiormente della combinazione terapeutica. Secondo gli autori, pur non avendo raggiunto l'endpoint primario, la durata del controllo della malattia, l'elevato tasso di beneficio clinico e il profilo di sicurezza favorevole rappresentano elementi sufficientemente solidi per giustificare l'avvio di studi randomizzati di più ampie dimensioni. Se tali risultati saranno confermati, la combinazione di cabozantinib e temozolomide potrebbe diventare una nuova opzione terapeutica per i pazienti con tumori neuroendocrini avanzati, contribuendo ad ampliare un panorama terapeutico ancora caratterizzato da bisogni clinici non completamente soddisfatti.

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