L’intestino potrebbe avere un ruolo nella protezione del cervello più importante di quanto si pensasse. Una nuova ricerca sui topi ha infatti mostrato che alcune cellule del sistema immunitario, dopo essere intervenute per combattere un’infezione intestinale, possono lasciare l’intestino, viaggiare attraverso il sangue e raggiungere le meningi, le membrane che avvolgono e proteggono il cervello. A raccontare questa scoperta è la rivista Nature, che ha riportato i risultati di uno studio pubblicato su Nature Neuroscience.
Il dato più interessante riguarda la capacità di queste cellule di conservare una sorta di memoria dell’infezione che hanno già affrontato. Per capire meglio la scoperta bisogna partire dal sistema immunitario, cioè dall’insieme di cellule e meccanismi che difendono il nostro organismo da virus, batteri e altri microrganismi. Tra queste cellule ci sono i linfociti T, che hanno un compito fondamentale nel riconoscere le minacce e coordinare la risposta dell’organismo. Quando si verifica un’infezione, alcune di queste cellule vengono attivate e imparano a riconoscere le caratteristiche del microrganismo responsabile. Una parte dei linfociti può poi trasformarsi in cellule della memoria, capaci di rimanere nell’organismo per molto tempo e di intervenire più rapidamente se lo stesso agente infettivo dovesse presentarsi di nuovo.
Lo studio ha aggiunto un elemento sorprendente a questo meccanismo: nei topi, alcune cellule T attivate durante un’infezione intestinale non sono rimaste soltanto nell’apparato digerente, ma sono state individuate anche nelle meningi. Si tratta di una zona particolarmente importante perché si trova a stretto contatto con il cervello e contribuisce alla sua protezione. I ricercatori hanno osservato che le cellule presenti nell’intestino e quelle trovate nelle meningi condividevano caratteristiche che suggerivano una stessa origine. In altre parole, alcune cellule che avevano incontrato il microrganismo nell’intestino sembravano aver successivamente raggiunto la zona che circonda il cervello. E non si sarebbe trattato di una presenza temporanea: gli esperimenti hanno mostrato che alcune di queste cellule possono rimanere nelle meningi per molto tempo, conservando la capacità di riconoscere l’agente infettivo già incontrato. È come se, dopo aver affrontato un’infezione, il sistema immunitario non si limitasse a ricordare ciò che è successo nel luogo in cui è iniziata la battaglia, ma lasciasse alcune delle proprie sentinelle in un’altra zona strategica dell’organismo. Il motivo potrebbe essere legato proprio alla necessità di proteggere il cervello.
L’intestino è infatti uno degli organi più esposti al mondo esterno: ogni giorno entrano nel nostro corpo alimenti, acqua e una grande quantità di microrganismi. La maggior parte di questi non è pericolosa e molti fanno addirittura parte del normale microbiota intestinale, ma alcuni possono provocare malattie. In determinate circostanze, inoltre, alcuni batteri possono superare le difese dell’intestino e raggiungere il sangue. Per l’organismo è quindi importante poter controllare rapidamente eventuali minacce che si spostano verso altri distretti. Le meningi rappresentano uno dei punti di sorveglianza del sistema nervoso centrale e ospitano cellule e strutture coinvolte nelle difese immunitarie. Avere in questa zona cellule che hanno già incontrato un determinato agente infettivo potrebbe permettere una risposta più rapida nel caso in cui lo stesso nemico dovesse tornare. I ricercatori hanno inoltre identificato un particolare sistema di comunicazione tra molecole, chiamato CXCR6-CXCL16, che sembra avere un ruolo nel guidare queste cellule verso le meningi. È un dettaglio molto importante perché aiuta a spiegare non soltanto che le cellule si spostano, ma anche come potrebbero essere indirizzate verso una precisa destinazione. La scoperta si inserisce in un campo di ricerca che negli ultimi anni ha attirato sempre più attenzione: quello del rapporto tra intestino e cervello, spesso chiamato “asse intestino-cervello”. Da tempo gli scienziati sanno che tra questi due organi esistono numerose forme di comunicazione. L’intestino è collegato al cervello attraverso il sistema nervoso, attraverso sostanze prodotte dalle cellule e anche attraverso i microrganismi che vivono nell’apparato digerente. Ora questo studio suggerisce che anche il movimento delle cellule immunitarie possa rappresentare una parte importante di questa comunicazione. La scoperta potrebbe quindi aiutare gli scienziati a comprendere meglio perché un’infezione o un’alterazione dell’intestino possa avere conseguenze anche molto lontane dall’apparato digerente. Tuttavia, c’è un punto fondamentale da tenere presente: la ricerca è stata condotta sui topi. Non sappiamo ancora se nell’uomo avvenga esattamente lo stesso processo, né quale possa essere la sua importanza per la salute. Per questo sarebbe prematuro collegare direttamente questi risultati a specifiche malattie umane o pensare che una comune infezione intestinale possa provocare un problema al cervello. Lo studio mostra qualcosa di più preciso e, allo stesso tempo, molto interessante: alcune cellule immunitarie possono spostarsi dall’intestino alle meningi e mantenere una memoria dell’infezione affrontata in precedenza.
Saranno ora necessari ulteriori studi per capire se questo meccanismo esista anche nelle persone e quale funzione svolga nel lungo periodo, la ricerca offre comunque una nuova immagine del nostro organismo. Intestino e cervello, due organi apparentemente molto diversi, potrebbero essere collegati anche attraverso una sorta di rete di sorveglianza immunitaria. Il nostro sistema di difesa, insomma, non sembra limitarsi a combattere le infezioni nel punto in cui compaiono: può imparare dall’esperienza, spostarsi e lasciare le proprie “sentinelle” in luoghi strategici. E una parte delle informazioni raccolte nell’intestino potrebbe arrivare fino alle porte del cervello, dove le cellule immunitarie restano pronte a riconoscere un nemico già incontrato.