La cerimonia inaugurale delle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina, andata in scena allo stadio di San Siro davanti a decine di migliaia di spettatori e a un pubblico televisivo mondiale, non è stata soltanto un grande evento sportivo. È stata, inevitabilmente, anche una rappresentazione simbolica dell’Italia, del modo in cui il Paese sceglie di mostrarsi al mondo in una delle poche occasioni davvero planetarie. E, come spesso accade, quando l’Italia deve sintetizzare se stessa in pochi segni riconoscibili, esporta con maggiore forza ciò che sa fare meglio: la musica e la voce.
Le scelte sono state chiare e leggibili per chiunque, anche al di fuori dei confini specialistici. L’Inno di Mameli, affidato a Laura Pausini; Nel blu dipinto di blu, la canzone italiana più famosa del mondo, cantata in italiano da Mariah Carey. L’Inno, con la Pausini, è proposto in forma estremamente personalizzata, con la caratteristica bocca spalancata “a forno”, che riecheggia più i fasti danteschi del Conte Ugolino e dell’arcivescovo Ruggieri («la bocca sollevò dal fiero pasto») che la tradizione dell’inno.
Mariah Carey, un tempo dotata di estesissima vocalità pop-rock, affronta invece Volare con cordialità e mestiere, ma con una pronuncia italiana che fa pensare immediatamente al doppiaggio di Stanlio e Ollio.
La nostra attenzione va soprattutto a due figure che, nel bene e nel male, incarnano agli occhi del pubblico globale l’idea stessa di vocalità italiana: Andrea Bocelli e Cecilia Bartoli. Bocelli ha interpretato Nessun dorma, forse l’aria operistica più riconoscibile in assoluto. Una scelta che non ha bisogno di spiegazioni: Puccini come simbolo nazionale, il tema della vittoria come messaggio universale, una linea melodica capace di parlare immediatamente anche a chi non frequenta l’Opera. La Bartoli ha invece cantato l’Inno Olimpico, in un contesto solenne e istituzionale, accompagnata da Lang Lang, candidamente vestito, e dalle voci bianche dell’Accademia della Scala: un momento diverso, più austero, ma altrettanto coerente con la grammatica di una cerimonia olimpica.
Ed è qui che emerge una contraddizione tipicamente italiana, che merita di essere osservata senza ipocrisie. Perché se per il pubblico internazionale Bocelli e Bartoli sono, senza discussione, simboli dell’eccellenza vocale italiana, in patria la loro posizione diventa improvvisamente problematica. Andrea Bocelli è un artista di fama planetaria, conosciuto e apprezzato ovunque, ma in Italia continua a essere oggetto di una contestazione quasi ideologica da parte di una frangia del cosiddetto “mondo dell’Opera”, che arriva persino a negargli il titolo di tenore, come se il consenso globale fosse una colpa e non un dato di realtà.
Anche Cecilia Bartoli, pur con una storia artistica diversa, non è immune da questo atteggiamento. La sua autorità musicale, il suo ruolo nella riscoperta di interi repertori, la sua centralità nella vita musicale europea sono difficilmente contestabili; eppure, ogni volta che il suo nome entra in un contesto mediatico o celebrativo, riaffiorano diffidenze, fastidi, riserve: la sua esposizione pubblica e il successo fuori dai confini tradizionali dell’Opera sembrano qualcosa da scontare.
Il nodo è sempre lo stesso: la dimensione “nazional-popolare”, l’uso del microfono e dell'eventuale playback, l’evento celebrativo; a cui si aggiunge, non di rado, una neppur troppo vaga invidia, travestita da rigore estetico. Un riflesso tipicamente italiano porta a guardare con sospetto tutto ciò che esce dal recinto dell’Opera come rito esclusivo, dimenticando che una cerimonia olimpica non è – e non vuole essere – una serata di teatro.
È un linguaggio diverso, con altre regole, altri destinatari, altre necessità tecniche. E tuttavia, proprio in questo scarto sta il dato più interessante: quando il mondo deve scegliere come rappresentare l’Italia, sceglie loro. Bocelli, Bartoli, Puccini: l’idea di una voce che parli a tutti, senza bisogno di spiegazioni. Che questo piaccia o meno ai melomani più intransigenti, sono queste le figure che oggi incarnano l’immaginario musicale italiano su scala globale.
Forse il problema non è ciò che è andato in scena a San Siro. Forse il problema è il nostro sguardo, spesso incapace di accettare che rappresentare un Paese non significa difendere una “nicchia” o una casta, ma saper parlare una lingua che il mondo intero possa comprendere.