Michela Miti era la giovane supplente dei primi due iconici film di “Pierino”, quelli che hanno fatto la storia del cinema italiano Anni ‘80. Simbolo sexy di quel periodo («Ma per me era solo un gioco»), oltre ad aver recitato in altre numerose pellicole ha posato pure per le copertine di “Playman” e “Playboy”. Poi, però, ha cambiato vita: si è fidanzata con lo scrittore Alberto Bevilacqua ed è vissuta 20 anni con lui e per lui, condividendo la passione per la scrittura. Fin quando, alla sua morte nel 2013, tutto è diventando più difficile: il litigio con i parenti del poeta, la perdita della madre, la depressione e le difficoltà economiche.
Che lei, ora, racconta con grande dignità e coraggio.
Michela Miti, mangiamo qualcosa?
«Grazie, ma salto il pranzo. Non ho fame perché sono ancora un po’ scombussolata da quest’ultimo cambiamento, ho i ritmi sballati».
Le va di parlarne?
«A settembre sono stata sfrattata dalla casa in cui abitavo con mia madre, che è morta nel 2022, e...».
...come mai lo sfratto?
«Non avevo più soldi per pagare l’affitto. So cosa pensa la maggior parte della gente, che abbia sperperato tutto quello che ho guadagnato con il cinema, ma non è così. La verità è che per 30 anni ho coperto i costi dell’appartamento di mia mamma e poi sono stata disattenta, sul da farsi, dopo la morte di Alberto nel 2013».
Si riferisce al suo compagno storico, lo scrittore Alberto Bevilacqua?
«Sì. Mi sono ritrovata sola con tutti addosso, giornali che dicevano la loro, parenti, dolore. Una situazione talmente allucinante che mi ha portato, per paura, a non investire i soldi che avevo accumulato. Ed è stato un errore. Così poi, tra spese mediche e di prima necessità, avvocati per le questioni giudiziarie con la famiglia di Alberto e il periodo del Covid che mi ha fatto saltare un film, dopo la morte di mia madre mi sono ritrovata senza più un euro».
Spese mediche in che senso, non è stata bene?
«Negli ultimi 10 anni, per aiutare mamma, sono caduta una ventina di volte e mi sono dovuta operare all’anca. Poi ho rotto un menisco e l’ho sistemato solo a novembre, tra mille difficoltà, grazie a Piergiorgio Calella, un ortopedico bravissimo. Ora sto facendo un po’ di riabilitazione, anche se qui vicino non c’è nulla di convenzionato: recuperare, però, è fondamentale anche per poter tornare a lavorare».
Diceva dello sfratto.
«Per fortuna, grazie all’aiuto di un parroco, all’ultimo momento ho trovato una sistemazione in co-housing: vivo con un’altra persona e una coppia, c’è una cucina comune e ho una stanza tutta mia col bagno».
Si trova bene?
«Ho abitato sempre in case belle e in centro, può immaginare che qui non sia il massimo della vita: ho poca privacy, non posso ospitare nessuno, non riesco a scrivere perché non c’è spazio e molte delle mie cose - quelle che non ho venduto ai mercatini - le ho lasciate in un magazzino. Già è difficile convivere con un uomo, figuriamoci con estranei. Questa la considero una soluzione di passaggio, non certo definitiva».
Cerca un’altra casa?
«Non sarà semplice e accetto offerte di ogni tipo. Ho fatto anche richiesta per un alloggio popolare, non mi vergogno a dirlo, ma mi hanno dato un punteggio pressoché ridicolo».
Come fa, ora, a pagare l’affitto?
«Ricevo piccoli sussidi dal comune e percepisco un assegno di inclusione. La pensione? Non ho ancora l’età, purtroppo. O per fortuna».
L’ironia non le manca.
«Sto un po’ meglio rispetto a mesi fa. Mi sono ritrovata in una situazione assurda che mai avrei immaginato, di quelle che pensi possano capitare solo agli altri. Per la prima volta nella mia vita sono andata in depressione e non lo auguro a nessuno: niente ti rende sereno, hai mille preoccupazioni. Superare tutto questo da sola è tosto, penso che chiederò aiuto a uno psicologo».
C’è qualcosa che le ha dato forza in questo periodo tanto difficile?
«La fede».
Michela, proviamo a dimenticare per un attimo tutti i guai e passiamo a un argomento più leggero. La gente, per strada, la ferma ancora?
«Mi trucco poco e, quando esco, metto spesso gli occhiali da sole, ma c’è chi mi riconosce comunque. E molti hanno la curiosità di scoprire la vera Michela, come sono realmente al di là della mia storia cinematografica».
Le dà fastidio essere ricordata soprattutto come la bellona dei film erotici Anni ’80?
«No, quello è stato un passaggio utile, non l’ho mai rinnegato e non lo rinnego certo adesso. Anche perché, in quelle pellicole, non sono mai stata volgare ma, anzi, casta e carina. Ero giovanissima, una donna bambina».
A proposito di bambina, torniamo insieme alle sue origini: alla piccola Michela Macaluso.
«Nasco il 12 giugno 1963 a Roma, dove mia madre Ivana, che è toscana, e mio padre Pietro, che è siciliano, fanno i parrucchieri».
Figlia unica?
«Sì. E devo pensare subito a tutto perché mamma non ha molto tempo per starmi dietro: deve lavorare perché papà, quando io ho 6 anni, se ne va in Germania».
Non lo seguite?
«Lui inizialmente vorrebbe, ma si trasferisce a Berlino Est dove c’è ancora il muro e la vita non è semplice».
Quindi vi separate.
«Lo perdo per un po’ di tempo, poi lui tenta di recuperare e torna a sorpresa in Italia, ma sono frastornata e ormai per me è cambiato tutto».
Con chi cresce?
«Con mamma e i nonni materni, straordinari, che mi salvano l’infanzia: ho tuttora ricordi bellissimi delle vacanze con loro in Valdorcia, in Toscana».
Scuole?
«Liceo classico, che però non finisco perché inizio a lavorare a 14 anni. Vorrei andare al “Centro sperimentale di cinematografia”, ma non mi è possibile perché a casa ci sono pochi soldi e, così, mi iscrivo a una scuola di recitazione. Non aver terminato gli studi è un mio grande rammarico».
Che lavoro fa?
«La modella e, durante una vacanza sulla riviera adriatica, nel 1978, vinco un concorso di bellezza venendo eletta Miss Cinema Riccione».
Il titolo le apre la strada per il cinema e la tv?
«Mi propongono una partecipazione speciale nel film “Dimenticare Venezia”, dove imparo a ballare il valzer, e poi, nel 1980, dopo ben 8 provini, riesco a entrare nel programma per ragazzi “3, 2, 1... contatto” sulla Rai, nel quale curo la rubrica “Game”».
Nel frattempo posa anche per le copertine dei mensili erotici “Playman” e “Playboy”.
«Mi scelgono che sono una perfetta sconosciuta e le fotografie, anche quelle di nudo, non sono volgari. Per me è tutto un gioco».
Scusi, ma quanti anni ha in quel periodo? È minorenne?
«Sì e anche pura».
Inteso come illibata? Perdoni la domanda un po’ invadente: la prima volta quando lo fa?
«Quasi a 18 anni, neanche tanto presto. In quel periodo sono talmente tormentata dagli uomini che, ad un certo punto, mi vengono delle fobie e mi dico: “Meglio provare con qualcuno”. E, anche se non sono veramente convinta, succede con un fotografo, che però poi lascio dopo sei mesi».
Torniamo alla sua carriera. E al cinema, per il quale si deve trovare un nome d’arte: perché proprio Michela Miti?
«Il nuovo cognome lo scelgo direttamente io pensando alla mitologia, ai miti».
Il suo primo lavoro è subito un boom.
«Un agente mi manda ad un incontro per l’ammissione ai provini del film “Pierino contro tutti”. Io mi presento senza book, in tuta e in scarpe da ginnastica. Il regista mi chiede: “Hai una foto?”. Io, un po’ sfacciata ma con la massima innocenza: “No, ma se vai a comprare Playboy la trovi”».
Meraviglioso.
«Poi vado a casa e per un mese non sento più nessuno, penso che abbiano scelto un’altra. Fin quando mi arriva una telefonata: “Quelli della produzione vogliono te, non serve fare il provino: vieni direttamente sul set”».
Inizia subito a recitare?
«Mi vestono, mi danno in mano il copione e si gira. Appena leggo le prime pagine però, io che da sempre ho un sesto senso, penso: “Secondo me questa cosa qui può piacere, perché ci sono dei tempi eccezionali, una battuta dietro l’altra”».
Lei interpreta la “signorina Rizzi”, giovane supplente della quale, lo scatenato Pierino (Alvaro Vitali), si innamora.
«Alvaro Vitali non lo conosco, ci incontriamo la prima volta sul set: ha i suoi tempi e non ama improvvisare, è molto legato al copione. Seguirlo è facile».
Il film ha un successo strepitoso.
«Per una botta di fortuna, perché i distributori inizialmente non credono nella pellicola».
Cioè?
«“Pierino contro tutti”, originariamente, è destinato solo ai cinema di provincia, ma succede una cosa inaspettata. A Firenze, in una sala, si crea un buco: c’è in programmazione un film americano che nessuno, però, va a vedere. Allora i gestori chiamano i distributori per chiedere un’altra pellicola. “Non abbiamo niente di grosso, come alternativa c’è solo un filmino”, è la risposta. “Non importa, ci va bene anche quello”».
E così venite proiettati a Firenze.
«Il film va in sala senza nessuna promozione, ma il cinema, a sorpresa, passa da zero spettatori a gente che si picchia fuori per entrare. Così scoppia il fenomeno “Pierino”: i produttori, presi alla sprovvista, iniziano a fare gadget, il pubblico aumenta. E, quando mi presento per una proiezione in un cinema di Roma, vengo accolta da un boato».
Visto l’enorme successo della pellicola, nel 1982 bissate con “Pierino colpisce ancora”.
«In realtà io, da contratto, ho un’opzione per un terzo lavoro, questa volta da protagonista assoluta nella commedia “La portiera di notte”. Ma all’ultimo salta perché considerano il genere un po’ finito».
Il secondo Pierino però va bene.
«E per questo, con Alvaro, ci mandano in Canada per adattarlo al teatro. E tutte le battute per lo spettacolo le scrivo io».
Lei in quegli anni diventa una star. Come mai quello sguardo?
«Una domenica vado allo stadio a vedere la Roma con un amico. Prima della partita, sul maxi schermo, a mia insaputa mandano il trailer di un mio film nel quale sono inquadrata in primo piano, tutti mi riconoscono. All’uscita dell’Olimpico, poi, me la vedo brutta: molti tifosi accerchiano l’auto per guardarmi, ci saltano sopra e la distruggono».
Sempre nel 1982 lei lavora anche in “W la foca” con Bombolo.
«Mi faccio convincere ed è un errore, ma non giro scene di nudo, solo gag comiche con Bombolo che ogni giorno mi ripete: ’A Miti, mi ti farebbe».
Poi recita in “Vieni avanti cretino” con Lino Banfi.
«Mi prendono sulla fiducia perché non posso fare il provino. Il regista Salce, del quale poi divento grande amica, visiona tutte le altre candidate ma poi sceglie me. Banfi? Un grande professionista che, contrariamente ad Alvaro, sa improvvisare con grande efficacia».
Commedie all’italiana, ma non solo. Nel 1986 va anche un po’ oltre con il film erotico “Dolce pelle di Angela”.
«E mi arrabbio col mio agente perché chiedo tutte le garanzie- cioè che ci sia un solo fotografo fidato e nessun altro sul set- che non vengono rispettate. In quel periodo, poi, rifiuto anche un lavoro con Tinto Brass spiegando che “fino al nudo ci arrivo, ma non me la sento di andare oltre”. Anche perché qualche anno prima ho vissuto una drammatica esperienza».
Cioè?
«Un famoso produttore, che ora non c’è più, mi dà appuntamento per un incontro di lavoro, ma appena siamo soli chiude la porta, si avvicina, mi strappa la camicetta e mi bacia con forza. Un vero abuso. E poi, visto il rifiuto, nel tempo mi ostacola nei provini e nei film. Andava denunciato, ma ero giovane e non ne ho avuto il coraggio».
Michela, la sua carriera e la sua vita privata, ad un certo punto, cambiano direzione.
«Alla fine del 1993, a casa di amici, rivedo Alberto Bevilacqua che avevo già conosciuto velocemente 10 anni prima. Parliamo di poesie e libri, lui ha 30 anni più di me ma nasce un amore totale e, per me, diventa un compagno, un confidente, un amico e un amante».
Ma anche un collega di lavoro.
«Gli faccio da correttore di bozze e, sistematicamente, lo provoco così escono fuori bellissime storie. Molti dei suoi libri sono ispirati da me».
Uno in particolare?
«Gran parte di “Anima amante”, anche se poi lui, ovviamente, ci mette mano. Il nome del personaggio, per esempio, glielo suggerisco io».
Lei inizia anche a coltivare con più continuità la sua passione giovanile perla scrittura e pubblica due libri: “Alchimia celeste” e “L’innocenza perduta”. Tralasciando un po’, però, il cinema.
«Alberto è gelosissimo, non sopporta che gli altri mi guardino e fa mille scenate: molte fiction le rifiuto per amore nei suoi confronti. Preferisco dedicare la mia vita a lui».
Insieme, nel 1999, girate il film “Gialloparma”.
«E sul set, in quel caso, la rompiscatole divento io perché voglio che tutto sia perfetto visto che ho dovuto sostenere anche un provino».
Ma come?
«Nessuno della produzione, in quel momento, sa della nostra storia, fingiamo di essere solo colleghi di lavoro e quindi devo essere valutata da lui, che è sceneggiatore e regista. Sempre in quegli anni, inoltre, io e Alberto lavoriamo a teatro, mentre in tv, da sola, curo per sei mesi la rubrica “Il taccuino” a “Sereno variabile” e, nel 2003, “Fiori di carta”, appuntamento con i libri a “Unomattina”».
Alberto Bevilacqua, nel 2011, comincia a star male.
«Ed è l’inizio della fine per entrambi. Gli trovano un tumore benigno al cervello, ma non vuole curarsi. Io riesco a convincerlo e ne esce vivo. Dopo un po’, però, a causa dello stress e del fatto che rifiuta le medicine sostenendo che lo rendano meno lucido nella scrittura, ha uno scompenso cardiaco e viene ricoverato per 11 mesi».
Il 9 settembre 2013 muore e, per lei, diventa tutto ancora più difficile: deve trovare una nuova abitazione e si trasferisce da sua madre. Anche perché il rapporto con i parenti dello scrittore non è buono.
«Mentre è ricoverato non me lo vogliono far vedere per fargli credere che sia sparita e provano a cacciarmi subito dalla casa in cui viviamo: solo un giudice fa rispettare i miei diritti».
Michela, voi non eravate sposati?
«È stata questa la fregatura, la nostra relazione era viscerale, non razionale. Non ci pensavamo, anche perché lui veniva da un’esperienza difficile e io non credevo al matrimonio visto che mio padre aveva lasciato presto mia madre».
Quindi non ha ereditato niente?
«No e la cosa che più mi fa male è che Alberto mi stava per intestare i diritti dei suoi libri, avevamo già il biglietto del treno per andare a firmare a Milano, ma è stato male. Le sue opere erano come figli per noi e ora le avrei fatte vivere, come avrei fatto vivere l’immagine di Alberto che, invece, è dimenticato da molti».
Ultime domande veloci.
1) Rapporto con la religione?
«Mi ha salvata. Non siamo qui per caso, c’è un creatore al di sopra di noi».
2) Paura della morte?
«Credo che non esista una morte vera, ma solo un cambiamento».
3) Rapporto con il sesso?
«Brutto prima di conoscere Alberto, essere cercata da tutti mi aveva creato la fobia. Con Alberto, invece, fantastico».
4) Le manca un figlio?
«Oggi sì, ma non ne ho mai voluti per paura che poi soffrissero come ho sofferto io».
Ultima domanda: ma se le proponessero di tornare sul set accetterebbe?
«Non vedo l’ora. Nel 2023 ho recitato ne “Nonna ci produce un film” per la regia di Walter Garibaldi ed è stato bellissimo.
Ora aspetto altre proposte».