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Maria Grazia Picchetti: "Dalla tv a colori ai Mondiali: per 35 anni vi ho raccontato tutti i programmi della Rai"

di Alessandro Dell'Orto domenica 15 marzo 2026

10' di lettura

Maria Grazia Picchetti è entrata nelle nostre case per 35 anni - con modi garbati, due occhioni splendidi e una dolcezza rassicurante - annunciandoci i programmi televisivi della Rai. Sì, era una delle mitiche “signorine buonasera”, per molti anni unica voce da Milano («Non ho mai lasciato questa città e la mia carriera ne ha risentito»). Non solo. Maria Grazia ha condotto una puntata di “Canzonissima” nel 1962, ha lavorato con Tortora alla “Domenica Sportiva” e ha conosciuto molti miti del mondo dello spettacolo tra cui Alberto Sordi («Mi propose un film»). Ora ha 86 anni e, la tv, la guarda da spettatrice: «La Rai? No, preferisco Sky e Netflix».

• Maria Grazia Picchetti, quanti compact disc: è appassionata di musica?
«La adoro, soprattutto quella classica. Ho più di 100 cd, ascoltarli mi rilassa tanto».

I suoi compositori preferiti?
«Verdi, che è l’Italia, e Puccini, che è più moderno».

Se la obbligassero a sceglierne uno?
«Oh, che domanda difficile... Verdi».

È sempre stata appassionata di questo genere?
«Sì, quelli della Rai lo sapevano e mi mandavano spesso alla Scala di Milano, per le grandi occasioni, nel palco del sovrintendente: c’era una telecamera installata su un lato e io facevo il riassunto degli atti».

Dei cantanti di oggi, invece, cosa pensa?
«Ascolto sempre volentieri Mina e Renato Zero. Tra i giovani, invece, mi piace Achille Lauro».

Sanremo, quindi, l’ha seguito?
«Certo, anche se non arrivavo alla fine delle serate perché erano un po’ noiose e lunghe. Però mi sono tenuta aggiornata».

Quest’ultima edizione l’ha soddisfatta?
«A livello di conduzione preferivo quando c’era Amadeus, perché Conti mi sembra un po’ più moscio».

E a livello di cantanti?
«Sal da Vinci non mi è dispiaciuto, ma la mia preferita è Arisa, la grande Arisa. Io me ne intendo di voci e la sua è eccezionale, lo scriva».

Musica a parte, come passa le giornate? La tv la guarda?
«La Rai pochissimo, preferisco Sky e Netflix. Poi faccio molte “Parole crociate”, anche le più difficili, perché dicono che, a noi vecchierelli, aiutano a mantenere fresca la memoria. Ed esco ogni giorno per fare commissioni, così mi tengo in movimento».

È in gran forma, complimenti. Ha un segreto particolare per restare così giovanile?
«Credo sia genetica: mia mamma era una persona che portava gli anni benissimo, non aveva un capello grigio. Ma penso che sia anche merito della professione».

In che senso?
«Ho vinto un concorso nazionale a 21 anni e, da allora, ho sempre curato l’aspetto».

Quando è in giro la gente la riconosce?
«Mi hanno fermata anche l’altro giorno mentre ero davanti a un negozio. Mi guardano, poi si avvicinano e chiedono: “Per caso lei era in televisione?”. Qualcuno, invece, mi scrive sui social».

Perché, lei è pure tecnologica?
«Se non ho con me il cellulare divento matta: ho Facebook, Instagram e Whatsapp».

Vive sola?
«Con Vika, una donna ucraina che sta con me da 6 anni e mi aiuta in casa: abito qui da circa 30 anni. Prima ero più vicina alla Rai e andavo a lavorare a piedi».

A proposito, facciamo un salto indietro nel tempo e ripartiamo dagli inizi.
«Nasco a Verona il 10 febbraio 1940, mio padre Luigi in quel momento è lì per lavoro perché è ispettore capo del dazio, mentre poi, quando ho 4 mesi, lo promuovono e ci trasferiamo a Brescia. Mamma Pia, invece, fa la casalinga».

Figlia unica?
«No, ho un fratello che si chiama Mario».

Come è la piccola Maria Grazia?
«Bravina, specialmente a scuola, fino all’adolescenza. Poi salta fuori il carattere».

Quando lei è bambina sono gli anni della guerra. Ha ricordi?
«Il ritorno a casa di mio padre».

Le va di raccontarlo?
«$ negli alpini, Divisione “Tridentina”, fa la ritirata del Don, in Russia, e poi finisce nei campi di concentramento in Germania. Quando ho cinque anni, a casa dei nonni a Cremona, si apre la porta e vedo entrare un signore, che si inginocchia e mi abbraccia. $ papà: ha 36 anni, ma tutti i capelli già grigi e la faccia gonfia. Sono i segni del conflitto».

Torniamo a lei. Diceva dell’adolescenza.
«Finisco le medie e gli insegnanti, ai miei, spiegano che ho “una netta predisposizione per le materie umanistiche”. Mamma e papà però, senza dirmi niente, decidono di iscrivermi a Ragioneria».

E si ribella?
«Ho un bel caratterino - già in quel momento non mi faccio mettere i piedi in testa da nessuno - e mi rifiuto: “Ma avete letto quello che hanno scritto i professori? Io voglio fare il classico. A queste condizioni non vado più a scuola”, ribatto. Così i miei genitori ritirano l’iscrizione e mi accontentano mandandomi al Liceo “Arnaldo” di Brescia».

È una brava studentessa?
«Sì, soprattutto in latino e greco».

Come mai, poi, si trasferisce a Milano?
«Per destino».

Cioè?
«Dopo la maturità mi voglio iscrivere all’università, il mio sogno è “Lingue e letteratura straniere” perché sono portata e parlo benissimo il francese, avendolo studiato alle medie e al ginnasio».

Ma che succede?
«Papà, invece, vuole che vada a lavorare. In quei tempi, però, per trovare un qualunque posto bisogna conoscere bene l’inglese, e così mi manda a lezioni private, tre volte alla settimana, da una professoressa di Brescia. E, siamo nel 1960, accade qualcosa di inaspettato».

Cosa?
«Un giorno, durante la lezione, arriva da Milano il fratello dell’insegnante. Il quale mi guarda, mi osserva, mi squadra con l’occhio di una persona interessata al mio viso, al modo di esprimermi. Mi presento e mi dice: “Signorina, ma lei cosa fa?”. “Ho finito da poco il Liceo”, rispondo. E lui: “Io lavoro in Rai: quanto torno qui la prossima settimana mi dà una sua fotografia? Perché tra poco ci sarà un concorso nazionale con borsa di studio per l’inaugurazione della seconda rete televisiva”».

Lei è entusiasta?
«Sicuramente più dei miei genitori, che quando torno a casa e glielo racconto si mettono a ridere. “Ridete pure, io la foto gliela porto”, rispondo. E così faccio».

La chiamano subito?
«Macché, passano un po’ di settimane. Poi, però, arriva a casa la prima lettera azzurra della Rai ed è un’emozione unica».

Cosa dice?
«Che sono invitata al primo provino perla selezione di annunciatrici che si svolgerà a Milano. L’appuntamento è alle 10 di mattina in Corso Sempione e ci vado accompagnata da mia mamma».

Va bene?
«Siamo in 2mila circa, mi presento con i tacchi, un vestitino a righe bianco e rosso fatto da mia madre con la “Singer” - ricorda la macchina per cucire? - e vengo presa. Il giudizio è: “Ottimo video, buona gestualità, lieve accento lombardo”».

Poi, però, c’è da sostenere una seconda prova a Roma.
«La tensione è a mille, l’ansia sale perché passano quattro mesi e non so più niente.
Penso: “Hanno scherzato”. Finché un giorno suona il campanello e il postino mi consegna una raccomandata: sono convocata subito a Roma per la finale».

In quante siete?
«Una ventina e ne prendono due per ogni sede a Roma, Milano, Torino, Napoli e in Alto Adige».

La selezione in cosa consiste?
«C’è uno studio con una vetrata, io sono davanti alla telecamera, su una pedana, con il leggio: a guardarmi, dall’altra parte, c’è tutto lo schieramento dei più importanti dirigenti, dal presidente Biagio Agnes in giù. Cominciano a chiedere le generalità e poi dicono: “Possiamo cominciare, faccia un annuncio per la tv dei ragazzi, improvvisi lei e dica quello che vuole”. Poi. “Ora improvvisi l’annuncio di un film”. E ancora: “Ora esca da lì e giri per lo studio come se fosse a una mostra di quadri e illustri un’opera”».

Difficilissimo.
«Molto. Però mi prendono».

E, siamo nel 1961, la assumono come “signorina buonasera” per gli studi di Milano. Il primo annuncio?
«“La tv dei ragazzi” nel pomeriggio, ovviamente in diretta».

Lei, in poco tempo, conquista il pubblico grazie ai suoi modi gentili e a uno sguardo - affascinante e penetrante - che le vale il soprannome “Occhi di velluto”.
«Un bel complimento che mi piace fin da subito».

Annunci, ma non solo. Nel 1962 conduce l’ottava puntata di “Canzonissima” al posto di Franca Rame e Dario Fo, che vengono sospesi.
«Fo ha una grande simpatia per me e con Franca vado d’accordo, ma sono un po’ populisti. Dopo una discussione su quello che devono o non devono fare, si arrabbiano, litigano con il direttore del centro produzione di Milano, prendono su e ne vanno. Io li vedo uscire e resto lì da sola, senza saper cosa fare. Per fortuna, poi, arriva Gino Bramieri e quella puntata la conduciamo in coppia io e lui. Il quotidiano “La Notte” il giorno dopo titola: “Picchetti e Bramieri show”».

Dopo “Canzonissima” conduce anche, dal 1964 al 1970, “La Domenica Sportiva” affiancando Enzo Tortora.
«Enzo è un signore, una persona squisita, di un garbo e di una cultura che oggi non si trovano più. Lavorare con lui è bellissimo ed è anche l’occasione per incontrare grandi personaggi dello sport come Nino Benvenuti, Gigi Riva, Gianni Rivera».

Tortora qualche anno dopo, nel 1983, viene travolto da un’incredibile vicenda giudiziaria.
«L’errore più clamoroso visto nella mia vita. Io lo incontro quando esce dal carcere, ci vediamo nell’atrio della Rai, ha un montgomery blu e mi abbraccia: “Maria Grazia, per me è finita”, dice».

In che senso?
«Per il troppo dolore ci si ammala. E, purtroppo, si muore».

Altri miti dello spettacolo conosciuti di quegli anni?
«Alberto Sordi. Un giorno, a metà Anni ’70, mentre sto mangiando sulla scrivania della Rai in attesa dell’arrivo del Giro d’Italia a Milano, suona il telefono. Rispondo e sento una voce femminile: “Sono la costumista di Alberto Sordi”. “Scusi signora, mi spiace ma non ho tempo, ho un annuncio in diretta da fare”, rispondo un po’ scocciata pensando a uno scherzo. “Guardi che sono seria, se vuole glielo passo”, dice. E dalla cornetta sento: “Sono davvero Alberto Sordi”. E inizia a fare la voce di “Cric e Croc” per farmi capire che è realmente lui».

Urca. E poi?
«“Non ci conosciamo - mi spiega -, ma la vedo in tv e vorrei proporle una parte nel mio prossimo film “Finché c’è guerra c’è speranza”. Io gli rispondo: “Venga in Rai, così ci presentiamo”».

Arriva?
«Dopo due o tre giorni si presenta con la corte, una serie di persone che lo seguono tra cui Bedy Moratti. Chiacchieriamo un po’ e gli spiego che ho un marito e due figlie e che dovrei staccarmi dal lavoro per nove mesi: troppo tempo. Lui dice di non preoccuparmi».

E come finisce?
«Che, poco dopo, viene a casa mia, all’1 di notte e ancora con tutta la corte, per convincermi. Mi prende sottobraccio: “Maria Grazia, guai se mi dici di no”. Prova a farmi cambiare idea fino alle 3.30, ma io resto sulla mia posizione e rinuncio per la famiglia».

Maria Grazia, lei per un periodo - dal 1969 al 1977, quando la affianca Mariolina Cannuli - è l’unica annunciatrice della Rai di Milano. Anzi, è il simbolo di Milano.
«Adoro questa città, ci vengo a inizio carriera e poi scelgo di non lasciarla più. Ma da un punto di vista carrieristico restare sempre qui mi taglia le gambe: fossi andata a Roma con le altre avrei avuto molte più opportunità».

Come mai?
«Per le banche, le aziende, le industrie o la moda, il motore di tutto è a Milano, ma per la tv e il cinema il centro è Roma. E io...».

Cosa?
«...negli Anni ’90 soffro molto, perché vogliono chiudere il centro di produzione di Milano per fare il “complesso continuo” a Roma. Io lotto, sciopero e alla fine si ferma tutto grazie alla Lega di Bossi - partito che io non amo-, ma che è l’unica che in quel momento fa qualcosa per salvarci. Anche perché siamo la rete a capo del Nord Italia».

Con le annunciatrici della Capitale, in quel periodo, i rapporti sono difficili?
«Diciamo che c’è rivalità».

L’annunciatrice, tra le colleghe, con cui lega di più?
«Rosanna Vaudetti, che diventa mia amica e ci frequentiamo anche con le famiglie».

Un momento storico della sua carriera è quando, l’1 febbraio1970 e dopo 5 anni di sperimentazioni, annuncia l’inizio ufficiale delle trasmissioni televisive a colori della Rai.
«Sì, ma la cosa particolare è che quelle riprese avvengono ancora in bianco e nero».

In 35 annidi lavoro quanti annunci ha fatto?
«Tantissimi, impossibile quantificare».

Qualcuno che ricorda con particolare affetto?
«La partita Italia-Perù dei Mondiali di Spagna 1982. Indosso apposta un vestito rosso con dei fiori bianchi e, prima di iniziare, giro in tutta la Rai per cercarne anche uno verde. Così compongo il tricolore. Ma anche l’ultima puntata della quarta serie de “La Piovra” con Michele Placido, che fa 17 milioni di telespettatori».

Quelli più difficili emotivamente?
«La morte di Papa Paolo VI. E poi i funerali di Berlinguer: mai visto, in tutta la mia carriera, tanta gente».

Maria Grazia, qualche curiosità. I vestiti che indossate in quegli anni, durante gli annunci, sono vostri?
«Sì, li portiamo da casa anche se a volte ci sono ditte che ci regalano abiti».

Come è la sua postazione di lavoro?
«Ho sei monitor davanti a me e dico tutto in diretta».

Utilizzando il “gobbo”?
«No, ho un foglio di carta che leggo in diretta dopo averlo visionato quattro o cinque volte».

Ci vuole una vista perfetta. Perché quel sorriso?
«Negli ultimissimi anni, per non mettere gli occhiali, ripasso le scritte in pennarello».

Qualche errore?
«Uno starnuto improvviso, un giorno che in cui sono raffreddata, che mi obbliga a fermarmi e dire “Scusate”».

Negli Anni ’80 lei conduce il programma “Tuttilibri” con Giulio Nascimbeni, in quel periodo responsabile della pagina della Cultura del Corriere della Sera e poi, nel 1997, va in pensione.
«E mi sostituisce la mia cara amica Anna Maria Brivio. In realtà potrei restare ancora, volendo, ma preferisco dimettermi perché il mio primo marito, che avevo sposato nel 1964, muore a soli 60 anni».

Poi si risposa?
«Sì, nel 2002 con un giornalista».

Maria Grazia, ultime domande veloci. 1) Rapporto con la religione?
«Vacillo».

Paura della morte?
«Sì. Non credo a quelli che dicono di no».

Qualcuno che vorrebbe riabbracciare?
«I miei cari».

Cosa pensa dei giovani?
«Noi abbiamo avuto di meno, ma abbiamo vissuto momenti più sereni. Io due figli e quattro nipoti, tre dei quali hanno scelto di vivere all’estero perché qui costa tutto troppo, non si riesce a vivere».

Ultima domanda: lei ha ancora un sogno?
«Mi piacerebbe scrivere un libro dal titolo “Come era bella la mia Rai”».

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