“At-ten-ta-too!!”. Era l’indimenticabile tormentone con cui Beppe Braida ci faceva ridere e divertire nella gag - sempre attuale- che prendeva in giro i Tg e l’informazione in Italia. Beppe si è fatto conoscere dal grande pubblico a “Zelig” e poi non si è più fermato: “Colorado” come conduttore («Fare il capocomico è stato divertente»), “Buona Domenica”, “Tutti pazzi per la tv” con la Clerici fin quando, nel 2009, improvvisamente e senza motivo il telefono ha smesso di squillare. «Sono sparito dalla tv e non so il perché, ma ho reagito ripartendo dalle piazze». Ora Beppe, a 60 anni, sta portando in giro il suo ultimo spettacolo: “Piano B - l’involuzione”.
Beppe Braida, ha visto come la fissava quel tizio al bar?
«Agli inizi, subito dopo il successo, era imbarazzante: quando mi guardavano mi indispettivo e pensavo tra me e me “Ma che cacchio vogliono?”. Ora ci sono abituato».
La fermano ancora anche a distanza di anni?
«Ci sono due categorie di persone. Quelle timide che ti scrutano catatoniche senza distogliere lo sguardo e riflettono: “Dove l’ho visto questo qui? È lui o non è lui?”. E vanno a casa col dubbio. Poi, invece, ci sono quelle sfrontate».
Cosa fanno?
«Ti indicano urlando “So chi sei!”. Ma sbagliano il cognome: “Beppe Bralla”, “Beppe Branda”, “Beppe Braso”, uno è arrivato a dirmi “Beppe Bradipo”. Oppure confondono i programmi: “Ti seguo da quando facevi “Linea Verde”».
Come mai ride?
«Il migliore è un ragazzo che ieri, per strada, ha esclamato additandomi: “Minchia, c’è coso!”».
Meraviglioso. La domanda più ricorrente che le fanno gli sfrontati?
«“Perché non ti vediamo più in tv?”».
Cosa risponde?
«Una volta dicevo cose assurde tipo “ora mi occupo degli spurghi dei pozzi neri”, ma ora, essendo la domanda sempre più ricorrente, concludo con “non lo so, bisognerebbe domandarlo a quelli della tv”».
Lei gliel’ha mai chiesto?
«No, con 25 anni di gavetta il successo me lo sono conquistato e, comunque, ora continuo a fare spettacoli girando in lungo e in largo per l’Italia. Anche senza il traino del video».
A proposito, come mai non l’hanno invitata a “Zelig 30”, le puntate celebrative per festeggiare l’anniversario della trasmissione?
«Non lo so e mi è spiaciuto, avevo pronto un nuovo “Tg” da proporre per l’occasione».
Parliamo di comici: c’è qualche artista, tra quelli che arrivano dai social, che la fa ridere più degli altri?
«Angelo Duro, Eleazaro e Giorgio Montagnini mi piacciono molto».
Ora va molto di moda la stand up.
«Rispetto tutto ciò che di nuovo arriva dal mercato, ma non è altro che una forma evolutiva dei classici monologhi, con la differenza che bisogna essere molto scorretti».
Beppe, prima raccontava che lei si esibisce un po’ ovunque in Italia.
«Piazze, discoteche, teatri: mi mancano solo le camere ardenti».
Cosa sta portando in giro?
«“Piano B - l’involuzione”, spettacolo scritto con Raffaele “Skizzo” Bruscella che ripartirà, riveduto e corretto, nel prossimo autunno. È nato nella follia dilagante post Covid, mi esibisco in mezzo alla gente e diventa un dibattito per comprendere i dubbi, le perplessità, i vizi e le poche virtù di una società ormai alla deriva».
Spettacoli, ma anche internet. Ultimamente è attivo su Facebook e Instagram.
«Sì, anche se sui social, quelli della mia generazione, sono considerati dai giovani un po’ fuori tempo».
A proposito di giovani, torniamo indietro nel tempo e parliamo del baby Beppe Braida.
«Nasco qui a Torino il 22 novembre 1965. Papà Nando, piemontese delle Langhe, fa l’autista di pullman mentre mamma Bruna, ciociara dello stesso paese di Nino Manfredi, è casalinga. Sono ancora in super forma entrambi e, oggi, hanno 96 e 93 anni».
Complimenti. Figlio unico?
«Sì, un bambino posseduto dal demone della “cretineria”: fin da piccolo mi metto allo specchio e faccio le imitazioni con le parrucche comprate in cartoleria e con le vestaglie di mia madre».
Scuole?
«Geometra, ma al quarto anno mi cacciano perché ho 7 in condotta».
Troppo casinista?
«Doppio gli insegnanti facendogli dire cose irripetibili, tutta la classe ride e i prof non gradiscono».
E allora che fa?
«Mi metto l’orecchino - per una forma di ribellione - e inizio a suonare la batteria in una band che si chiama “Spa”».
Genere musicale?
«Tipo i “Pooh”, che ho sempre amato».
Urca. Riuscite a sfondare nella musica?
«No, io alla batteria sono scarso, ma soprattutto sparo cazzate ogni tre per due e la butto sempre in caciara. Risultato: dopo un po’ ci sciogliamo. E parto militare».
Alpino?
«Il sogno sarebbe fare il vigile del fuoco, ma in quegli anni è complicato. Allora entro nei carabinieri e presto servizio a Gattinara, vicino Vercelli».
Finito il servizio di leva, poi, esce dall’Arma?
«Mia mamma me lo rinfaccia ancora adesso: “Fossi rimasto, a quest’ora saresti maresciallo e già in pensione, invece di fare il “cretino”...».
Torniamo al mondo dello spettacolo. Come inizia la carriera?
«Partecipando a festival e concorsi di comicità. Il primo in assoluto è a Genova nel locale “Diva Club” e porto una sorta di monologo, scritto da me, sui contrasti con i genitori».
E come va?
«Malissimo».
Però non si scoraggia.
«È una mia caratteristica da sempre: mai mollare».
Infatti poi ottiene i primi risultati.
«A fine Anni ’80 e inizio Anni ’90 partecipo al “Cabaret Amore Mio” di Grottammare, poi vinco il “Festival Nazionale di Cabaret” di Bordighera e mi aggiudico il “Premio Charlot” a Paestum».
Nel 1991 va al “Festival di Sanscemo”.
«Con un trio comico chiamato “I bagatto”, che è il nome della carta del matto dei tarocchi. Facciamo gag demenziali, ma senza particolare fortuna».
Sempre in quell’anno, però, approda al “Tg delle vacanze”.
«Merito di Mirko Setaro dei “Trettrè”, il primo a credere in me».
Raccontiamo.
«I “Trettrè” vengono a Torino a fare uno spettacolo, vado a conoscerli nei camerini e lascio a Mirko tutto il materiale scritto da me fino a quel momento. Dopo tre mesi mi chiama, dice che gli è piaciuto e mi propone di diventare uno degli autori del “Tg delle vacanze”. E ogni tanto mi mette pure in video a fare le telepromozioni».
Ha un ricordo particolare del trio?
«Quando si va a cena a fine puntata io, che in quegli anni non ho soldi, prendo i piatti meno costosi. Appena se ne accorgono mi dicono: “Mangia quello che vuoi, che paghiamo noi”. Generosissimi».
Per lei, quello, è il battesimo della tv: poi partecipa al “Seven Show”, una delle prime trasmissioni comiche su Italia 7, e soprattutto a “Retromarsh” su Tmc.
«Dove, oltre ai “Trettrè”, ci sono altri big come “Gaspare e Zuzzurro” e Gianfranco D’Angelo. Per me è come essere a Gardaland perché mi ritrovo a lavorare con persone che ho visto solo da spettatore. E, per timidezza, do del lei a tutti».
Ma fa solo il comico?
«No, per accontentare i miei, parallelamente, lavoro alla Fiat: mi occupo di termostati non capendone assolutamente nulla. Il problema è che, facendo spettacoli e tornando ogni notte alle 5, la mattina mi presento sempre in ritardo. E così dopo tre anni un dirigente mi dice: “Braida, ma lei sa a che ora si inizia a lavorare qui dentro?”. E io: “Che ne so, quando arrivo io voi ci siete già tutti”. Così si conclude il rapporto magico con la Fiat».
E si può dedicare solo allo spettacolo.
«Ho 31 anni e faccio un patto con me stesso: se entro i 40 non combino qualcosa di buono a livello nazionale, smetto e apro un agriturismo».
Perché?
«Per non diventare patetico ed essere un vecchio sconosciuto».
Sì, ma perché proprio un agriturismo?
«I miei nonni erano contadini e sono cresciuto, nella casa di campagna, circondato dagli animali. Che sono migliori delle persone».
In che senso?
«C’è una malattia sociale della quale soffre l’Italia senza essere mai guarita: si chiama invidia. È devastante e non risparmia nessuno».
Torniamo alla sua carriera. Si fissa l’obiettivo del successo entro i 40 anni, ma a 38 fa già il boom. Come ci arriva a “Zelig”?
«A Roma, in quel periodo, c’è una manifestazione chiamata “Euro cab”, dove i migliori locali di comicità portano gli artisti più bravi. Ci vado per il “Cab 41” di Torino e, quando mi esibisco, mi vedono gli autori di “Zelig” che mi chiedono di lavorare con loro».
E così, poco dopo, nasce il suo famoso “Tg”.
«Da un’idea di Giancarlo Bozzo, direttore artistico del programma, il quale mi propone di fare qualcosa sui telegiornali. Io e Renato Trinca, mio autore all’epoca, scriviamo un testo e mi viene l’intuizione giusta: usare la parola “attentato” come tormentone».
Come mai proprio quella?
«Inizialmente ipotizzo “colpo di stato”, “insurrezione”, “golpe”, ma capisco che non potrebbero funzionare perché non hanno la potenza espressiva: “attentato” invece, se urlato, è perfetto».
Così prende forma la sua parodia del telegiornale.
«Un modo per spiegare come in Italia l’informazione sia spesso condizionata dagli schieramenti politici. Per rendere lo sketch divertente, quindi, do la medesima notizia utilizzando toni differenti in base ai telegiornali: normale per il Tg3, forse una tragedia per il Tg5 e un attentato per il Tg4. Ovviamente, gli ingredienti che fanno la differenza in quegli anni sono due: Silvio Berlusconi ed Emilio Fede».
Domanda inevitabile: il Cav le ha detto qualcosa?
«Una volta lo incontro, mi guarda e sospira: “Ah, è lei”».
Arrabbiato?
«No, anzi. Divertito: ha sempre avuto una grande ironia».
E Fede?
«Dovevamo condurre insieme una puntata di “Striscia la notizia”, ma all’ultimo ha rinunciato. Un paio di volte, però gli ho fatto irruzioni in ufficio e anche al Tg4 in diretta. Si è incazzato tantissimo: “Sbattetelo fuori”, urlava. E ancora: “Cacciatelo, comunista”».
Restiamo al suo, di “Tg”: diventa subito un successo strepitoso. Come mai sorride?
«Una volta a Roma, mentre esco dall’aeroporto, un finanziere mi vede e, per salutarmi, urla: “Attentatooooo!”. Panico generale».
Fantastico. L’anno successivo, poi, introduce l’inviato Mingozzi.
«Mi sembra la giusta prosecuzione e l’ispirazione arriva dalle vicende di Fede e Paolo Brosio».
Il nome Mingozzi come nasce?
«Casualmente. Anni dopo, però, ricevo una mail: è un certo Mingozzi che mi ringrazia per avergli rovinato la vita, visto che a causa mia tutti lo prendono in giro».
Con “Zelig” la sua popolarità esplode. Se ne rende conto subito?
«La trasmissione fa 7 milioni di spettatori, dopo la prima puntata tutti mi fermano per strada e mi viene catapultato addosso un successo per il quale sono impreparato».
Come è quel gruppo di comici?
«Bellissimo, perché siamo tutta gente che arriva in tv dopo annidi gavetta. Paolo Cevoli, Ale e Franz, Raul Cremona, il Mago Forrest: ci conosciamo già tutti, l’ambiente è eccezionale».
Beppe, riparliamo del tormentone “attentato”: alla lunga è un peso? La infastidisce?
«Lo vivo come una cosa che fa parte della mia vita. Il problema è che questo Paese ti affibbia delle etichette che, se raggiungi successo, poi è difficilissimo toglierti di dosso».
Lei ci ha provato?
«In quegli anni, a “Zelig”, chiedo di cambiare e presentarmi diversamente al pubblico, magari interpretando Beppe Braida tra la gente. Però non me lo permettono e allora nel 2007, quando arriva la proposta di condurre “Colorado”, saluto e me ne vado».
Un bel rischio.
«Un triplo salto mortale perché “Colorado” in quel periodo non va benissimo come ascolti, mentre io lascio una corazzata».
Però diventa capo comico.
«Una responsabilità enorme che però, per fortuna, mi permette di far capire a tutti che Beppe Braida non è solo quello di “attentato”».
Nel frattempo, contemporaneamente, partecipa anche a “Buona Domenica”, ma dopo tre stagioni alla guida di “Colorado”, trasmissione con la quale arriva a fare quasi 3 milioni di spettatori, viene sostituito. Come mai quella smorfia?
«Non me lo dice nessuno e lo scopro casualmente una mattina dal sito “TvBlog”, che titola “Nicola Savino fa fuori Beppe Braida”».
Ci resta male?
«Mi arrabbio, ma siamo nel rutilante mondo dello spettacolo e solo un babbeo si stupirebbe troppo. L’unica cosa da fare è ripartire».
Lo fa con Antonella Clerici, nel 2009, in “Tutti pazzi perla tv” su Rai1.
«Terminato quel programma, però, mi accorgo che qualcosa sta cambiando e il telefono comincia a squillare di meno. Nel 2011 torno a Mediaset perché entro nel cast di “Saturday Nght Live from Milano”, ma poi basta».
Già, arriva un lungo stop. Perché?
«Non lo so, non ne ho idea. Ma succede, non sono l’unico: è un fenomeno legato all’ambiente dello spettacolo che si chiama “evaporazione”. Cosa lo scateni, Dio solo lo sa».
Come reagisce, in quel momento, di fronte a una situazione tanto difficile?
«Il mio corpo prova ad adeguarsi emotivamente al cambiamento e, purtroppo, inizio a soffrire di attacchi di panico».
Riesce a uscirne?
«Sì, da solo, con la stessa grinta che ho sempre avuto.
Mi sono detto: sapete cosa c’è?
È da 25 anni che faccio questo lavoro, andate a quel paese. E sono ripartito dalle piazze, dai teatri, dalle sagre culinarie d’Italia. Dalla gente».
C’è un momento particolare che le ha dato forza?
«Chioggia, spettacolo in un camping. Ad un certo punto sto male, ho un attacco fortissimo: tachicardia, affanno, vorrei scappare».
E che fa?
«Faccio me stesso, cioè interrompo tutto e dico al pubblico: “Sto avendo un attacco di panico e i casi sono due: o mi spavento e mi blocco o mi date una mano a venirne fuori e proseguiamo”. Parte un applauso mega, tutti in piedi, e trovo l’energia per superare la difficoltà».
Beppe, dopo 10 anni lontano dalla tv, nel 2021 riappare come concorrente de “L’isola dei famosi”.
«Siamo in piena pandemia, i miei spettacoli saltano e ne devo annullare 67. Un disastro. Quando mi propongono il reality - pur non amando quel tipo di programma - accetto: piuttosto che stare spiaggiato sul divano di casa meglio stare spiaggiato su un’isola dell’Honduras».
Esperienza dura?
«Molto, quello che si vede è tutto vero: poco cibo, poco sonno, poca igiene».
Ad un certo punto, però, lascia.
«Dopo un mese mi dicono che mio padre ha il Covid ed è in ospedale, mentre mia mamma è a casa asintomatica. Inevitabile tornare in Italia».
Braida, siamo alle ultime domande veloci. 1) Rapporto con la religione?
«Credo che ci sia qualcuno lassù: se ogni tanto volgesse lo sguardo su Torino e si ricordasse che c’è Beppino, però, sarei più contento».
2) Paura della morte?
«No, è inevitabile».
3) Ha tatuaggi?
«Cinque, fatti in periodi diversi, uno dei quali prima di “Colorado”: è una scritta cinese che dice “forza e coraggio”. Così almeno mi hanno detto: spero che non ci sia scritto “Involtino primavera...».
4) Non abbiamo parlato della sua vita privata: è sposato?
«Lo sono stato per tre anni, da 1990 al 1993. Ora sono fidanzato con Ornella da più di 25 anni».
Ha figli?
«Che io sappia no».
5) Ha guadagnato molto in carriera?
«Sì, ma essendo figlio di operai ho saputo gestire i soldi, che poi mi hanno permesso di sopravvivere anche nei momenti più difficili».
6) Qualcuno che vorrebbe riabbracciare?
«Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Mi è bastato conoscerli una volta per esserne conquistato».
7) Una sua battuta che le piace particolarmente?
«I cinesi si stanno comprando l’Italia e la cosa è allarmante perché sono quasi un miliardo. Noi italiani siamo quasi 60 milioni: se fate un miliardo diviso 60 fa 16,6 periodico. Questo vuol dire che noi abbiamo alle nostre spalle quasi 17 cinesi a testa pronti a mettercelo nel fondo schiena. E la cosa che mi fa più paura è che è periodico...».
8) I suoi idoli comici di quando era giovane?
«Grillo, Benigni, la Smorfia, i Trettrè. E soprattutto Verdone: venderei l’anima al diavolo pur di fare un film con lui».
9) Ha un sogno?
«Riuscire a portare in tv un mio spettacolo tra la gente».
Ultima domanda: con cosa sostituirebbe ora il tormentone “attentato”?
«Pensando ai tanti raccomandati della televisione urlerei “Mi-ra-co-la-ti, si tratta di miracolati”».