Ciak, rigiriamola. Nessun premio in Laguna, evento più unico che raro, ma Lucia Borgonzoni non ci sta. Il sottosegretario alla Cultura con delega al cinema non si unisce al coro di autocritiche alla nostra industria del grande schermo, uscita a mani vuote dalla mostra a Venezia. La leghista di Bologna respinge le accuse, anzi le ribalta: «Abbiamo patito un’ingiustizia», punta l’indice, «una scorrettezza perpetrata dal politicamente corretto». Non è questione di campanilismo, ma di non condividere scelte che sembrano avere natura più politica e conformista che artistica e innovativa.
Opere che rivelano una fragilità di fondo del sistema, poco coraggio nell’affrontare i temi dell’attualità e della storia, provincialismo, sconnessione con la realtà, perfino un eccessivo numero di film in concorso: la critica si è scatenata nel processo al cinema italiano. «Ma non è vero», si oppone donna Lucia, «noi italiani abbiamo la solita voluttà di autopunirci. Io penso invece che il nostro cinema si sia presentato con varietà di genere, interpreti di altissimo livello e tante cose da dire. La qualità della nostra offerta è molto migliorata rispetto a qualche anno fa, dove effettivamente ci guardavamo un po’ troppo l’ombelico, eppure qualche premio alla fine lo portavamo a casa».
E allora, sottosegretario, come si è potuto verificare questo zero titoli nel tabellino finale?
«La giuria ha pensato a lavarsi la coscienza ed evitare polemiche. Anziché puntare tutto sulla qualità, è andata su scelte inattaccabili sotto l’aspetto sociopolitico. Non è che basta parlare di Gaza per vincere un premio, tanto per dirla chiara».
Non le è piaciuto Naza, il film israeliano sulle operazioni dell’esercito di Bibi Netanyahu nella Striscia di Gaza, che ha ricevuto il Premo Speciale della Giuria?
«Ma era un film? Il punto non è quanto mi sia piaciuto, ma che si tratta di un documentario, un reportage giornalistico sulla cui aderenza alla realtà peraltro circolano molti dubbi. Perché metterlo in concorso?».
Per far parlare della tragedia in corso in Palestina più di quanto non si sarebbe fatto con una pellicola non in gara...
«Quest’anno la tragedia palestinese con Naza ha vinto il premio della Giuria, l’anno scorso si era aggiudicata il Leone d’Argento con La voce di Hind Rajab, una storia drammatica, ma non è che Gaza sia l’unico luogo al mondo nel quale si consumano atrocità. Se si voleva premiare una pellicola di denuncia, anche l’Italia ne aveva una che avrebbe potuto meritare il riconoscimento».
Allude a Ritorno a Buenos Aires, di Marco Bechis?
«Certo, un film importante, il secondo atto di denuncia al regime dei generali nell’Argentina tra gli anni ’70 e gli anni ’80, perfetto seguito di Garage Olimpo, e con un’interpretazione di Adriano Giannini davvero straordinaria. Mi consenta di aggiungere: un film che ha anche una profondità maggiore rispetto a Naza, uno studio sul personaggio».
L’assegnazione del Leone d’oro al film danese Donna sconosciuta invece l’ha convinta?
«È una storia coraggiosa, con un messaggio importante, un ottimo film, non contesto la vittoria, anche se forse non è un capolavoro indiscutibile; però...».
Si tolga il sassolino dalla scarpa, sottosegretario...
«Durante la mostra è scoppiata la polemica che ci fosse di fatto una sola regista donna in concorso, la danese Mayy al-Tukhi, con tanto di seguiti sul cinema misogino. Ed ecco che fatalmente non solo il suo film vince, ma la protagonista, Mathilde Arcel, si aggiudica la Coppa Volpi come miglior attrice».
Sente puzza di bruciato?
«Di scelta risarcitoria, una decisione che chiudesse le polemiche una volta per tutte. Perfino la Arcel non si aspettava di vincere, è salita sul palco dicendosi stupitissima, perché era il suo primo film da protagonista».
Quando uno ha talento...
«Per dare i due premi più importanti allo stesso film la giuria ha dovuto fare uno strappo alla regola. È stato necessario il voto all’unanimità; prima che cambiasse il regolamento, due anni fa, non sarebbe stato neppure possibile. Questa eccezione ha danneggiato l’Italia. La Coppa Volpi l’avrebbe meritata anche Vanessa Scalera, l’interprete de Il fuoco dentro, che la stampa straniera ha paragonato perfino ad Anna Magnani».
E Succederà questa notte, il film di Nanni Moretti, il regista idolo della sinistra, le è piaciuto?
«Sì, anche perché non è il solito Moretti e affronta una storia intima, con garbo e sentimento. Anche se forse non valeva un premio. Tra gli italiani, mi è piaciuto molto il thriller-horror dell’emergente Paolo Strippoli».
Non abbiamo saputo difendere i nostri film in giuria, sottosegretario?
«Il giurato italiano, Francesco Casetti, è molto competente. Però è un professore universitario, naturale che in un consesso di grandi registi e grandi attori si sia sentito forse in difetto, non avrebbe certo potuto battere i pugni sul tavolo».
Una scelta sbagliata?
«Il direttore artistico della Mostra, Alberto Barbera, avrebbe potuto tenerne conto. Speriamo che l’anno prossimo, nella composizione della giuria, scelga un italiano che abbia un peso specifico tale da poter difendere il nostro cinema, se come quest’anno si presenterà con film validi».
C’è del compiaciuto sadismo nella critica italiana che fustiga il nostro cinema?
«Mi sta chiedendo se il mondo culturale progressista è soddisfatto nel poter dire che, con il centrodestra al governo non facciamo più bei film? Se ne sentono di ogni pur di darci contro, come si può escludere anche questa?».