Dissi a un amico che «Masterchef dovrebbe durare per sempre» e lui mi disse che la frase lo colpì perché finì col pensarla allo stesso modo. Fermo restando che la frase non pare imprescindibile, confermo che Masterchef dovrebbe essere in onda no-stop.
In questa colonnina di “cucina” si può ben parlar di Masterchef, il programma che mette soggezione alla concorrenza. Pensateci: nel florilegio di cooking-show che satura la tv il format più semplice - un'accozzaglia di sconosciuti che compete per essere il migliore - non conosce imitazioni. Già, perché ogni puntata di Masterchef è bella come una partita dei mondiali: chi ha sale in zucca non prova a imbastire un torneo pallonaro che ambisca a rivaleggiare col Mondiale.
Masterchef plasma scenari emotivi caldi, estatici, stordenti. Una bolla in cui si dimentica il bene e il male. Finisci col trovare una ragione a tutto, anche ad Antonia Klugmann (alla fine volevo abbracciarla) e forse, insistendo un po', anche a Chiara Pavan (a naso presto ce la ritroveremo fissa e impareremo ad apprezzarla). Certo mancano Bastianich, gli insulti e i piatti volanti (potrebbe ancora farlo?). Manca Cracco e non sai perché. Manca ogni elemento sottratto. Ma non conta: ogni elemento aggiunto risulta compiuto.
Se è Masterchef sono così di parte da non detestare neppure le scorribande strappalacrime di tutti i concorrenti. Tutti. Noi tutti avremmo drammi da sbrodolare, eppure ci asteniamo. Già, non mi turba neppure la venatura alla C'è posta per te: sono un suddito entusiasta di Masterchef.
L'eccezionalità assoluta è la Mistery Box, il segmento migliore di ogni puntata. Sfacciato, si rivela subito, in apertura: l'arroganza del fuoriclasse. Qualunque altro format chiuderebbe le puntate con la Mistery, non Masterchef. L’esterna, ammettiamolo, è transitoria: non esiste essere umano secondo cui l’esterna è il climax. Ma a conti fatti è irrinunciabile: urlano tutti e quel berciare, poiché transitorio, è relax in essenza.
La cifra della superiorità di Masterchef sta anche nel fatto che il vincitore è un dettaglio: puf, sparisce, chi se lo ricorda? Tanto che l'ultima puntata è per distacco la più trascurabile, circostanza che rivela la magnificenza del programma: basta il format in sé e per sé, la sua routine.
Due note conclusive: il concorrente che più ho amato fu uno dei più residuali, Italo, l'aviatore veterano che dell'arroganza fumettistica fece cifra esistenziale. Seconda nota: in questa edizione i giudizi sono tornati bastardelli, evviva. Cannavacciuolo che per il solo gusto di turbarlo urla alle spalle di Lee, l'italo-cinese sociopatico, è puro godimento. Sì, Masterchef dovrebbe durare per sempre.